La calzolaia – Un capitolo del romanzo inedito di antonella pizzo

2007 Dicembre 8
by antonellapizzo

 

 

Fu una notte afosa che presero la decisione di scappare

Fu una notte afosa che presero la decisione di scappare, i cani ululavano alla luna e in campagna le cicale non finivano di cantare. Fu colpa del caldo e dello scirocco che soffiava caldo e appiccicoso, perché l’afa mette sempre in testa idee strane, e non fa ragionare come si dovrebbe.
Annunziata aveva già una bella pancia di cinque mesi, nessuno sembrava che si fosse accorto della sua gravidanza. A Tommasino l’aveva confessato, non subito, solo quando il bambino nella sua pancia era così grande che si muoveva e le scalciava dentro. Ebbe paura la prima volta che lo sentì, dormiva tranquilla, all’improvviso si svegliò con una sensazione strana, come di una presenza dentro di lei, aprì gli occhi e si guardò attorno; la stanza era in penombra ma non c’era nessuno. Si tranquillizzò, però l’agitazione le ricomparve quando la pancia le diventò tesa come un tamburo e toccandosela si accorse di uno spuntone. Ci mise la mano sopra e se la toccò, l’accarezzò, quella cosa che aveva dentro si mosse improvvisa e lei capì che quello era un bambino.
Aveva voglia di alzarsi e dirlo a tutti, ma a chi? – si chiese – a chi poteva dirlo? Se avesse avuto una madre l’avrebbe confidato a lei, l’avrebbe svegliata nel cuore della notte e le avrebbe dato la notizia; se avesse avuto un marito accanto a sé, o un uomo, un compagno, un amante, il padre del bambino, con lui avrebbe diviso la gioia che la pervadeva, ma era sola! A chi dirlo? Solo a Tommasino, al suo finto fratello poteva dirlo, lui ne sarebbe stato felice. E se non avesse capito? Era così piccolo, anche se si atteggiava a grande.
Un bambino, che bello! Avrebbe avuto un bambino tutto suo! Da cullare, da allattare… suo e solo suo: suo figlio!
I picciriddi su pruvirienza, sono doni di Dio, e lei regali non ne aveva mai avuti, così la gioia che l’aveva pervasa poco prima aumentò a dismisura, e diventò una grande gioia, una contentezza enorme che non riusciva a contenerla, che si espandeva per tutta la stanza e usciva fuori dalla fessura della finestra, riempiva l’aria e arrivava al mare, diventava mare e arrivava alle montagne, diventava sorgente di gioia che spaccava il ventre della montagna e scendeva giù con forza e vitalità; prorompeva come un grande fiume e di nuovo ricominciava, arrivava al mare e arrivava al cielo e riempiva tutto l’universo.
Provò una felicità immensa, una gioia mai provata. Fu grata al barone per averla messa incinta, per quel regalo e lo amò per quella gioia che le stava facendo provare e per quella che ancora più forte avrebbe provato, non appena fosse nato il bambino.
Il suo bambino.
Poi un pensiero, come un ombra improvvisa o come una nebbia, offuscò la sua allegria: come dirlo alla baronessa? Lei di sicuro non l’avrebbe presa bene e neppure Crocifissa, come spiegare loro che il barone l’aveva messa incinta? Non l’avrebbero creduta. Crocifissa l’avrebbe incolpata, castigata, punita. E se l’avessero riferito al barone? Lui avrebbe potuto volere per sé il bambino, aveva sentito dire dalle contadine che la moglie era malata e difficilmente avrebbe potuto portare a termine la gravidanza. La moglie era ricca e lei non aveva mezzi per contrastarla e per opporsi. Non aveva casa, non aveva soldi, non aveva niente, non aveva genitori e nemmeno parenti, era sola al mondo, erano soli, erano lei e Tommasino, e Tommasino non poteva esserle d’aiuto, era così piccolo che era lui ad avere bisogno di conforto e assistenza. Lui dormiva nel suo stesso letto.
-Tommasino, Tommasì, svegliati – sussurrò per non svegliare gli altri.
- Chi c’è – fece lui subito sveglio perché dalla notte della disgrazia aveva il sonno leggero.
- Dammi la mano.
- Che devi fare? lasciami stare che ho sonno.
- Dammi la mano – e così dicendo prese la mano di Tommasino e l’appoggiò al suo ventre.
Il bimbo sotto la mano di Tommasino scalciò.
- U sienti? – chiese Annunziata.
- Chi impressioni… chi c’è? ti fa mali a panza?
- No, nun è mal di pancia, è un bambino, aspiettu n picciriddu.
- Chi? nu picciriddu?! – chiese lui già più sveglio.
- Sì ho un bambino nella pancia.
- Aspetti il bambino del barone? – replicò lui che capiva e sapeva le cose del mondo.
- No – rispose lei sicura – aspetto un bambino ma non è del barone, aspetto un bambino che è mio e tuo, tuo nipote o il tuo fratellino più piccolo, come vuoi tu… il bambino è mio, mio e solo mio. Se fossi sposata sarebbe mio e di mio marito, ma non lo sono, così è solo mio!
Tommasino alzò lo sguardo e come fosse soprapensiero e parlasse a sé stesso disse:
- Quando sarò grande ti sposerò e sarò il padre del tuo bambino, anzi, del nostro bambino.
Annunziata scoppiò a ridere, si avvicinò gioiosa a lui e l’abbracciò forte.
- Io ti voglio bene Tommasino ma noi non potremo mai sposarci, non ricordi che siamo fratello e sorella?
- E’ vero, l’avevo dimenticato, però ti aiuterò sempre.
Annunziata si commosse, nella disgrazia era stata fortunata a trovare lui, lo amava d’un amore sincero, era la seconda cosa bella che da quando era successa la disgrazia che le fosse accaduta, la prima era il bambino che presto sarebbe nato.
- Tommasino, ni na mà ghiri – affermò sicura.
- Scappari? Unni? E comu?! – chiese Tommasino perplesso.
- Nun nu sacciu… ma ni na mà ghiri!
Così presero quel poco che avevano, ne fecero due fagotti e, in silenzio, per non svegliare Giosafatte e Crocifissa che dormivano, uscirono da quella casa che mai avevano considerato come la loro casa. Si incamminarono lungo il viottolo che portava alla piccola stazione, stando bene attenti a non incrociare gli uomini che sorvegliavano i dintorni del castello.
Conoscevano le loro abitudini e sapevano che a quell’ora, contravvenendo agli ordini di Vincenzo, l’uomo con sei dita, si addormentavano dove capitava, chi lo faceva dietro un muro, chi dormiva sotto un albero. I ragazzi non erano troppo preoccupati, se li avessero incontrati avrebbero detto che stavano andando in paese col permesso di Giosafatte. Avevano deciso di prendere il treno e, visto che il primo treno sarebbe passato alle sei, avevano pensato di nascondersi dietro la stazione o lungo i binari. Avevano un po’ di denaro, quella che la marchesa inglese aveva regalato ad Annunziata quando l’aveva presa dall’orfanotrofio, non era tanto ma abbastanza per pagare il biglietto e per tirare avanti qualche giorno. Sarebbero andati a Messina, poi avrebbero preso il traghetto per il continente, qualsiasi posto, qualsiasi città sarebbe andata bene, l’importante che fosse un luogo il più lontano possibile dal castello e soprattutto dal barone.
Camminavano mano nella mano e parlavano fitto, i loro occhi erano pieni di gioia incosciente, ogni tanto ridevano senza motivo e aumentavano il passo, poi, stanchi, lo rallentavano e ricominciavano a parlare. Fu così che li vide Donna Itria, quella notte, che forse a causa del caldo o perché percepiva qualcosa di strano, si sentiva agitata, non era riuscita a chiudere occhio, si era seduta fuori al fresco a godersi il cicalio delle cicale e dei grilli e a guardare il cielo estivo sempre pieno di stelle. Li aveva visti.
- Unni stati jennu a st’ura di notti? Dove andate? – chiese Donna Itria.
Tommasino e Annunziata si sentirono scoperti, fecero finta di non averla sentirla, spaventati, non si fermarono piuttosto allungarono il passo, ma Donna Amelia insistette:
- Non abbiate paura di me, picciutti nun vi scantati, nun vi fazzu nenti, niente di niente, fermatevi che vi devo parlare – incalzò la vecchia.
I ragazzi si voltarono, la guardarono, capirono che Donna Itria non avrebbe potuto nuocere loro e tornarono indietro.
- Unni stati jennu? Stati scappannu? – chiese la vecchia non appena i ragazzi si avvicinarono a lei.
- Sì! – risposero in coro.
- E picchì? – chiese lei.
I ragazzi a questa domanda non risposero, Donna Itria aveva già capito tutto o forse l’aveva sognato, o l’aveva immaginato grazie alla sua mente fertile e alla sua natura sensitiva.
- Annunziatedda giuiuzza mia, u sacciu ca aspiettu n figghiu do baruni… ma nun scappari, statti ccà!
- Comu faciti a sapillu? – domandò meravigliata Annunziata.
- Iu sacciu tutti cosi, vidu cosi ca autri nun puonnu vidiri, aiu cento occhi e centu uricci, iu vidu u passatu e u presenti sentu cosi lontani centu chilometri e sacciu leggiri l’animu umanu. Annunziata figghia do mo cori, picciridda mia, trasi. Entra, entrate a casa mia, la casa mia sarà la casa vostra e la casa del picciriddu ca nascerà.
Entrarono e lì passarono la loro prima notte da fuggiaschi.

 

La calzolaia – Romanzo inedito di Antonella Pizzo vincitore del 2° premio al Concorso Le Agavi Panormus 2007 che spero qualcuno abbia voglia di pubblicare.

31 Risposte leave one →
  1. 2007 Dicembre 8
    erminiadaeder permalink

    Io sono certa che molti avranno voglia di pubblicarlo, un incipit avvincente e un procedere dell’azione sicuro, io vorrei già sapere il resto, di Annunziata e Tommasino che sbalzano così da questa schermata e si siedono qui accanto, come per raccontarmi…Brava davvero Antonella…

  2. 2007 Dicembre 8

    antonella: conta pure su di me per una immagine per copertina e senza problemi! merita veste editoriale all’altezza!

  3. 2007 Dicembre 8

    E brava Antonella. Già un altro premio! Non ti fai mancare nulla ;)

    Bell’inizio, avvincente. Che succederà poi? Per saperlo dovremo attendere la pubblicazione? O ci regalerai qualche altro capitolo?…

  4. 2007 Dicembre 8

    e sfido che è stato premiato! E’ scritto con mano incantata e incantevoli sono i personaggi, da Annunziata a Tommasino a Donna Itria.
    Questo è un libro che leggerò (il contesto mi aiuta a capire le poche parole in siciliano che mi vien difficile tradurre).
    Brava, ragazza ! :D

  5. 2007 Dicembre 8
    antonella permalink

    non è stato premiato, è stato spremiato :-) ) ha vinto il secondo premio e non il primo altrimenti l’avreste letto stampato su carta, ma anche così sono contenta. baci e grazie antonella

  6. 2007 Dicembre 8

    un incipit bellissimo, che prende subito per mano il lettore, lo convince e commuove! e si aspetta il seguito…
    ci hai fatto davvero una bella sorpresa oggi, Antonella:-))
    marina

  7. 2007 Dicembre 8
    carlabariffi permalink

    Caspita Antonella….complimenti!
    questo racconto ha qualcosa tra il reale e il fiabesco, narrato con intenso trasporto e fantasia di nomi, la forma dialettale nei dialoghi è azzeccata, fa respirare l’aria di un’epoca e luogo che rispetta un immagine forte, possedere qualcosa che assomigli alla nostra terra, che faccia parte di noi, questo messaggio mi è arrivato forte al cuore.
    mi intenerisce questo tuo…
    ciao
    C.

  8. 2007 Dicembre 8
    alessandrapigliaru permalink

    Cara Antonella, ho letto d’un fiato questo tuo capitolo e ti faccio i miei complimenti: una storia che si preannuncia molto bella e che incuriosisce molto. Annunziata e Tommasino hanno già il mio affetto e spero tanto che riuscirai presto a pubblicare il romanzo. Adoro poi gli innesti in siciliano :) Una cosa che mi viene in mente riguardante l’ultima parte…circa Donna Itria, la sensitiva che vede tutto e che accoglie nella sua casa i due fuggiaschi…in Sardegna c’è una festa dedicata alla Madonna d’Itria (io penso a quella di Gavoi del 29 luglio ma in realtà è festeggiata anche in altre zone dell’isola). Odighetria in greco (il culto stesso è di origine greco-bizantina) significa “via della luce” e a Gavoi è la festa dei pastori barbaricini. Insomma il culto è legato alla Madonna come “colei che indica la via”…ecco mi piaceva sottolineare l’assonanza con Donna Itria che seppur brevemente apparsa credo sia molto significativa. Magari poi ci donerai qualche altra pagina chissà…speriamo ;)
    Un abbraccio cara e molti complimenti e auguri ancora.
    Alessandra

  9. 2007 Dicembre 8
    paola permalink

    piaciuto. d’ antico magico.
    per alcune immagini ricorda lo stile dell’ Allende
    la chiusa di questo primo capitolo
    la ragazza compie una scelta (ogni scelta è coraggiosa) e si rifugia nel proprio destino già tracciato dalla nascita – mano – ventre e veggenza chiromantici (la donna che li accoglie) il quale destino dopo aver fatta una scelta, inizia a mutare e i personaggi a mutare con lui, per compiersi.
    scusa la confusione-
    leggendo mi sono scese queste parole
    (non troppo filtrate)
    ciao
    paola

  10. 2007 Dicembre 8
    antonella permalink

    Marina, Carla, Alessandra, Poala, sono contenta che vi sia piaciuto, grazie!
    Alessandra la devozione alla Madonna dell’Itria (colei che indica il cammino) è molto diffusa anche in Sicilia. comunque tu sei un pozzo di scienza.
    Marina avevo scelto un altro frammento, poi l’ho cambiato e l’ho messo per oggi perchè era l’Immacolata Concezione e la ragazza aspetta un figlio e anche lei è senza peccato.
    la ragazza è molto coraggiosa, e assieme al fratellino affrontano il mondo.
    Grazie Carla, il tuo cuore è molto tenero e sensibile.
    Paola è una storia molto bella ma forse tutto il romanzo avrebbe bisogno di una riscrittura, il fatto è che sono diventata prigrissima e sono due anni che me lo porto dietro. Itria è una veggente, una vecchia e povera donna che vive al buio ma per questo riesce a vedere dove gli altri non vedono. grazie per le parole che ti sono scese. buona notte antonella

  11. 2007 Dicembre 8
    antonella permalink

    ringrazio anche blumy , erminia, morena.
    roberto se questa cosa vedrà la luce sarò onorata d’aver la copertina fatta da te.
    buona notte anche a voi
    antonella

  12. 2007 Dicembre 9
    paola lovisolo permalink

    mi piace pensare tutti i destini vecchissimi e vedenti che vivono al buio
    notte
    p

  13. 2007 Dicembre 9

    Certo, i tuoi personaggi riescono a farsi “vedere” mentre mano mano li descrivi e li fai agire, e ciò non è cosa da poco..:-)

  14. 2007 Dicembre 9
    Lucianna Argentino permalink

    Che bello e che tenerezza Annunziata che si rende conto di aspettare un bambino carezzandosi la pancia! Complimenti di cuore Antonella e siccome penso che siamo, io lo sono, tutti curiosi di sapere come andrà a finire spero tanto che presto si potrà leggere l’intero romanzo in un libro… Un abbraccio, Lucianna

  15. 2007 Dicembre 9
    Antonio Fiori permalink

    Finalmente riesco a leggere questo stralcio del romanzo di Antonella. Il livello della scrittura è molto buono, la storia avvince, il dialetto (Marco Scalabrino direbbe ‘la lingua’) compare nella giusta misura. Brava Antonella: hai meritato il premio e meriti l’editore!
    Antonio

  16. 2007 Dicembre 9
    antonella permalink

    carissimi grazie.
    antonio dovrei rivederlo, come dicevo ci lavoro da due anni e non ne sono ancora soddisfatta. leggo ora sulle new di affari libero che don sante, il prete che ha avuto un bambino da una donna fuori dal matrimonio e nel sacerdozio, ha scritto un libro (richiesto dalla mondadori) in tre giorni. mi chiedo come ha fatto a scrivere un libro in soli TRE giorni? :-) io in tre giorni non riesco a scrivere neppure una poesia

  17. 2007 Dicembre 9
    Antonio Fiori permalink

    :-)

    già, esattamente.
    Gestazione, cura e vestizione di una sola poesia possono richiedere giorni…
    Antonio

  18. 2007 Dicembre 10
    ideavagante permalink

    Stile mosso, grazie anche all’innesto, opportuno e funzionale, del dialetto. Forse lo asciugherei un po’, per dare alla narrazione ulteriore movimento. Ciao

    Teresa

  19. 2007 Dicembre 10

    Cara Antonella, arrivo tardi, ma l’ho letto.
    Mi ha fatto pensare, come spirito, al mondo salvato dai ragazzini, dove, in comune con la Morante c’è la fiaba della vita,c he loro e dove loro, i ragazzini, ci trasportano.
    Fai bene a farli parlare, poiché avete lo stesso spirito, tu e loro.
    Maria Pia

  20. 2007 Dicembre 10
    Annamaria Ferramosca permalink

    Anch’io arrivo tardi, ma non troppo per dirti che questo primo capitolo fa intuire una trama da romanzo destinato a restare. Mi sembra il tuo un affabulare di grande presa, in cui riesci a dominare la densità della vicenda umana che potrebbe prendere la mano e sbavare, una scelta del raccontare l’ antica umile anima siciliana con originale sguardo di donna, l’uso sapiente della lingua innestata e chissà quali altri magici strumenti pizziani … una via di sicuro capace di tradurre la sicilianità in dimensione universale. Così resto molto curiosa di leggere l’intera stesura. E vedrai il fioccare delle offerte, se già tanti /e lettori promettono di acquistare il romanzo! Considerami già nella schiera, auguri di cuore. Annamaria

  21. 2007 Dicembre 10

    Ecco, parliamo dei libri chiesti dai ‘grandi’ dell’editoria e scritti in tre giorni.
    Anzi, meglio di no.
    Non parliamone, anche se ci sarebbero tante domande da fare a questo proposito…

    … tre giorni… io a volte impiego un mese per preparare un articolo… sono proprio rimbambita ;)

  22. 2007 Dicembre 10
    maria gisella catuogno permalink

    la scrittura e l’argomento catturano immediatamente e i personaggi sono rappresentati in tutta la loro carica umana, sentimentale ed emotiva! Che tenerezza Tommasino quando propone il matrimonio alla sorella…Complimenti, Antonella e auguri per questo romanzo, che si merita una prossima pubblicazione!
    Gisella

  23. 2007 Dicembre 10
    margheritarimi permalink

    Un racconto che ha il sapore di una favola,con un finale che apre all’accoglienza di madre in madre.
    Aspettiamo il romanzo Antonella.
    Un caro abbraccio
    margheritarimi

  24. 2007 Dicembre 10
    violaamarelli permalink

    vai Antonella, insisti, come sai quando c’è passione tutto si realizza e qui c’è passione, tutti i miei auguri , Viola

  25. 2007 Dicembre 11
    gabriella gianfelici permalink

    cara Antonella, oltre alla fluidità linguistica ho provato tanta emozione e desiderio di proseguire nella lettura, mi auguro anch’io che presto si possa avere questo romanzo. Un caro saluto
    Gabriella

  26. 2007 Dicembre 11
    lucetta permalink

    come sempre io arrivo col mio ritmo di tartaruga. Scusami, cara Antonella. Ho letto ora il tuo incipit che come tutti gli incipit dei veri scrittori prende subito il lettore per la gola (o per lo stomaco), insomma lo prende e… non lo lascia più…Credo che anche nel tuo caso sia così.Tre giorni? balle! Dio, per creare il mondo ne ha impiegati sette, dunque….Ma poi, una volta scritto un testo, bisogna lasciarlo “riposare”…almeno 3 mesi.
    Comunque, Brava! Buona fortuna al tuo libro che se la meriterà alla grande
    lucetta

  27. 2007 Dicembre 11
    antonella permalink

    grazie a tutti, scusate se vi ringrazio solo ora ma ho avuti problemi di connessione (non al cervello ma ad internet)
    siete cos’ tanti ceh non riesco a ringraziarvi ad uno ad uno vi giunga il mio abbraccio grato per la lettura e l’incoraggiamento.
    riguardo i tre giorni se ne dovrebbe davvero discutere, tre giorni non bastano neppure materialmente a scrivere le pagine, credo, boh, forse mi sbaglio.

  28. 2007 Dicembre 15

    Una bella saga familiare del nostro Sud. Mi piace per la trama, per il taglio della narrazione che si impasta bene con i risvolti psicologici dei personaggi che di volta in volta entrano in scena. Ma più che altro mi piace l’uso del dialetto nella pasta del narrato , come la prosa del (per me) grande Niffoi.
    Mapi

  29. 2008 Febbraio 6
    monica permalink

    ciao Antonella. questo tuo inedito è molto toccante, di quelli che rimangono.
    Come sempre “il meglio” è difficile da piazzare. Vuoi perchè artista sconosciuto, vuoi perchè non segue il genere del momento, vuoi perchè ormai si vende solo spazzatura commerciale.
    Ma tu non demordere!!! il talento c’è. Continua a scrivere, NOI continueremo a leggerti…
    ciao

  30. 2008 Febbraio 6
    antonella permalink

    Carissima ti ringrazio :-) ciao antonella

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