Teresa Ferri: Campanile d’aria

Titolo: Campanile d’aria
Autore: Teresa Ferri
Editore: Casa Editrice Rocco Carabba
ISBN: 978-88-95078-49-6
Dopo l’atmosfera algida, simbolista e piena di grazia di Fiori di Corallo (Tracce, 2001), dopo il fenomenico canto della natura – ma anche quadernetto maieutico – di Alfabeti a perdere (Il Filo, 2004), Teresa Ferri ci consegna la sua terza raccolta di poesie, la cronotopica silloge Campanile d’aria edita dai tipi di Carabba e uscita quest’anno, i primi giorni di ottobre (non poteva capitare mese migliore).
Cronòtopo è il luogo del tempo che – come dice Bachtin – diviene rappresentazione artistica e poetica dell’uomo. Campanile d’aria è il ‘tempo spazio’ dove Teresa Ferri si re-impossessa della propria geografia, ri-percorrendo l’asse temporale della sua esperienza. Infatti è lo spazio-tempo il sistema di riferimento nel quale giacciono e si muovono le liriche di questa raccolta, dove ‘ti con zero’ (punto di inizio temporale) è lo ‘spazio euforico’ di Atessa, paese Natale dell’autrice, e che diventa anche luogo di approdo finale, suo ‘sogno’ del ritorno, sua quarta dimensione.
Campanile d’aria è composto da tre sezioni, tre regioni precise (proprio come le tre coordinate che individuano lo spazio) dove ‘accade’ il fenomeno tempo, in sostanza dove accade l’individuo stesso.
La prima, A voce indietro, è il cronòtopo della nascita che proviene, fin dal cominciamento, dalla ‘natura delle cose’ (“Amore d’infanzia sverminata / l’eterna sinfonia da dentro.”), è la malia della lontananza dagli affetti, ma è soprattutto il rumore delle proprie radici divelte che “Mordono l’anima, / con mani invisibili ne fanno brandelli” ed esigono la riconsegna, assolutamente ‘fisica’, delle occorrenze memoriali generate dalle istanze del tempo: “Non più lontana / ti fisserò negli occhi /e amica mi sarà la Voce /che chiama senza posa / dal fondo della valle e delle vene”.
Piccole dediche in ferro battuto è il sentimento di perdita, l’evento sacro del rimpianto, la mancanza, il memento genitoriale (“parlavi di quella figlia / e dei suoi impegni / e quel tuo comprendere clemente / oggi mi strozza / più di una bestemmia”). Ma la ‘camera de le lagrime’ è alimentata anche dal desiderio di ritrovarsi tra le case a grappolo di Atessa, godere ancora dei suoi campanili in ferro battuto, risentire il profumo delle erbe della vicina Maiella (“qui / nei ventricoli d’erbe / del cuore pulsante / della Maiella madre, / gelosa di ogni vagito / e croci).
L’ultima coordinata, Recitativo del ritorno, è il rimpatrio, ovvero il ritorno orficamente inteso dal e nel viaggio che Teresa Ferri ha compiuto, il ritorno da quella distanza che le aveva separato il cuore dall’ossatura nativa, il viaggio che Teresa Ferri compie ogni istante perché il tempo ha la velocità dell’ombra e come l’ombra ritorna a sera.
C’è una costante, una sorta di ordine metastorico, che fissa per qualsiasi tempo (mi verrebbe da dire ‘qualunque’ tempo…) l’osso poetico di questa raccolta, ed è il sentimento di appartenenza, il far parte di o essere parte di, il divenire parte di o ritornare una parte (almeno) di quel tutto che ci assomiglia, che ci fa riconoscere e ci riconosce. Teresa Ferri sceglie un’epifania top-down, dal generale al particolare, analizzando le peculiarità della sua urgenza ‘storica’ soltanto dopo aver accertato l’aspetto sistemico del ‘sé individuo’, al fine di mantenere la promessa fatta alla topografia (soprattutto alla ‘graphía’) della sua anima che, finalmente – dolcemente -, può arrendersi al grido della sua ‘radice’: “Al mondo non rubo più spazio / ormai più / tutt’una con te / che padre mi sei / e madrematrigna e sorella gemella”.
Non intendo tediare con un’analisi lessicale/linguistica. Ma ho avuto modo di notare la ricorrenza di alcune parole nella raccolta. La parola ‘infanzia’ è ripetuta 13 volte, ed è una delle rime interne (rima semantica) adottata per fini di rimando intratestuale, vero campo di azione espressivo che determina un’atmosfera globale di pianto e di gioia, ossimoricamente, di nostalgia di rimpianto, di riconquista di rivendicazione, di riappropriazione. Come la parola ‘verde’ (17 occorrenze) associata, nell’immaginario collettivo, alla giovinezza (e qui le sinestesie sono tante, quasi ogni verso: “giù tra le radici ai piedi dell’acacia / che ancora oggi / sfoglia per me per te vocali verdi”), e la parola ‘anni (20 volte), elemento temporale, spesso usato in forme metonimiche (“gli anni gocciati / a infrastagliare attese/ ingarbugliate tra pampini e filari”). La parola ‘morte’ è ripetuta nove volte, come la parola ‘ritorno’, e se non fossi un matematico penserei a una sorta di ricorrenza ossessiva del tema, perché in fondo ogni volta ‘tornarsi’ è un po’ come ‘morirsi’, ogni volta (la prova del nove, chi non la ricorda?). E un’altra cosa: in Campanile d’aria padroneggia anche l’ipotassi, caratteristica di uno stile raffinato, elevato.
Teresa Ferri offre la precarietà del sogno e la purezza rituale dell’atto mnestico come saldatura tra spazio e tempo rivelando, con un equilibrio meticoloso, il rapporto archetipico che la lega alla sua madre-terra, al suo cielo-mare-padre, ai suoi luoghi-famiglia, e il suo ordine funziona perché c’è la memoria a garantire la continuità dell’esistenza, c’è il tempo assoluto di un vissuto, c’è la storia a testimoniare che sì, che si ‘è’, e si è ‘stati’, per davvero.
Di seguito, in successione, tre poesie estratte dalle rispettive sezioni.
Quando ancora ridevano bambole
Mastichi i giorni
e sapore d’antico alle labbra ecco sale,
retrogusto di fragole colte
tra cespugli di stelle e more selvatiche.
Radici s’innervano a stringere in cappio
opali di lune riflessi in palude
mentre cricchiano vetri
e sangue alle mani.
Cicatrice di tempi inguariti
quando ancora ridevano bambole
cogli occhi cristallo
tra trenini e birilli – smaltati i domani. -
Oggi un’ora,
forse una goccia soltanto
a rifrangere lampi
e di allora promesse promesse
promesse soltanto.
I due vecchi
Seduti su una pietra rugosa
come loro
nel giardino
muti impietriti
lo sguardo fisso nel vuoto
(davanti dietro non importa)
stanno.
È cavo il cielo
e l’ombra sempre più corta
sotto i loro passi che trascinano anni.
Seguono forse formiche di pensieri
in fila
o è nebbia di giorni che s’addensa
sui loro visi scolpiti già nel bronzo.
Si tengono per mano
e in quella stretta
stagioni corrono
e nostalgie di primule
o forse un brivido d’inverno
già alle porte.
Comunque sia,
insieme ormai da tanto,
si fanno scudo reciproco alla paura
di quel tratto ultimo di strada
che sembra lungo e invece è già tritato.
Insieme, fermi,
vanno.
Di luna in luna, vanno.
Senza baricentro
Con ancora negli occhi,
nella retina stampato,
il tuo tacere ultimo
fermo sull’ora
rappresa sul quadrante
a quelle rive torno senza più bussola
senza baricentro.
Spoglia di miti e d’ogni tuo sorriso
anche sanguinante di certezze irreversibili
maestre dalla voce roca
e tra le mani
(in gelosia di palpiti fossili)
note stridenti accartocciate
del tuo andar sommesso
(quasi clandestino)
per dossi dune fossi
come a scusarti di aver osato tanto
quando fissasti il sole in frenesia di mondi
e il suo segreto in fretta gli strappasti
per regalare a me strani lunari,
la cifra della vita
che infine ci ha allunati,
ormai atomi soli,
monadi d’incertezze
(sciami di sogni a perdersi, infiniti).
Nella seconda ‘regione’ è presente il Trittico per la madre. Lo si può ascoltare qui.
La prossima presentazione di Campanile d’aria sarà a Milano, il 22 Nov. 2007, alle ore 21, qui (http://www.spaziotadini.it):

a cura di Francesco Tadini.
Intervento della Prof.ssa Paola Desideri
Letture: Francesco Tadini – L. R. Carrino.
In programma anche una presentazione ad Atessa:

La Dott.ssa Orlandi è Delegato AIS Provinciale per L’Abruzzo.
Teatro Comunale di Atessa
Via Municipio, 1 – Atessa (CH)
07 Dic. 2007 – 17.30
Teresa Ferri è nata ad Atessa (Chieti) e risiede a Urbino, dove insegna “Teoria e pratica del testo letterario” nella Facoltà di Lettere e Filosofia della locale Università degli Studi “Carlo Bo”. Nel 2001 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie Fiori di corallo (Pescara, Tracce) e successivamente, nel 2004, Alfabeti a perdere per le edizioni Il Filo di Roma. Tra i numerosi studi e contributi critici, si segnalano le monografie sul Pascoli (Pascoli. Il labirinto del segno. Per una semantica del linguaggio poetico delle ‘Myricae’, Roma, Bulzoni, 1976; Riti e percorsi della poesia pascoliana, Roma, Bulzoni, 1988), su Saba (Poetica e stile di Umberto Saba, Urbino, QuattroVenti, 1984), su Campana (Dino Campana. L’infinito del sogno, Roma, Bulzoni, 1985) e il volume Le parole di Narciso. Forme e processi della scrittura autobiografica (Roma, Bulzoni, 2003).






Che dire, Gino, che già non ti abbia detto tante volte? Riesco solo a dirti un grazie zoppo dalla commozione e grazie anche di confortarmi continuamente nel giudizio che ho da tanto sul fanciullo alato. Non capita di frequente. Grazie.
Teresa
p.s. mi spiace che la bozza del pieghevole d’invito abbia quel refuso e me ne scuso con i lettori di questo post.
se antonio carrino, oramai gode della mia amicizia e stima, ha scritto con parole acute una recensione in cui si avverte forte contiguità culturale e umana con la Autrice, la stessa T. Ferri sembra essere raffinatissima poeta in cui intuizioni di spazi letterari affascinanti restano pregni di ciclicità del proprio crescere da infante al divenire Donna con “sciami di sogni a perdersi, infiniti) ” che mi ha lasciato senza parole: bravissimi ambedue, antonio e la bellissima Autrice. (“bellissima in senso metaforico, non fisico, ci mancherebbe).
bella, minuziosa e accattivante la recensione del bravo-bravo Luigi, ma poi ci si ferma su quelle parole messe lì, con garbo e tenerezza e ci (mi) si intenerisce ai risi delle bambole e, soprattutto,
a quella vita già tritata della bellissima I due vecchi. Complimentissimi e un sacco di auguri a Teresa !
Grazie a te Teresa.
) e a te Blumy. Posso solo dire di essere stato sedotto dalla poesia di questo Campanile. E spero di aver reso un minimo la poetica coontenuta in questa silloge.
E grazie a te Roberto (mi chiamo Luigi Robbe’
gj
luigi ma sai che il tuo amico roberto è un po’ .. anziano e, oramai, accusa arterio_sclerosi galoppante! eheh! questa è una delle mie ultime gaffe, ma oramai vanno a briglia sciolta!! fortuna che la creatività non ne risenta più di tanto, almeno per ora, sigh! dai, cmq colpito davvero da questa tua recensione acutissima,
roberto
Davvero molto curata questa recensione, in puro stile Carrino, Antonio o Luigi che sia
E davvero brava Teresa Ferri, con parole che scivolano mostrando immagini delicate ma dai tratti ben definiti.
poesie ferme, con brividi sottesi, in un contesto reale ma trasfigurato dal correre del tempo come giustamente nota Carrino nelle sue note critiche,che sottolineano giustamente la coerenza stilistica del libro, evidente anche negli estratti qui postati, auguri all’autrice e al recensore…. Viola
Tutti i poeti hanno parole che ritornano, io le cerco sempre queste parole, mi aiutano a capire meglio la poesia e il senso, le parole che ritornano sono i sassolini che il poeta lascia cadere lungo il suo sentiero. complimenti a te gino carrino antonio luigi romolo per la recensione molto precisa e analitica e alla poeta teresa ferri, ho gradito in particolare la poesia dei due vecchi, molto tenera. mi sono permessa di correggere il refuso del pieghevole. antonella
Non tedia la tua analisi Gino, anzi aiuta a individuare i nodi e gli snodi ricorrenti: l’infanzia, il verde, la morte , il ritorno. E in questo ritornare e nella consapevolezza dell’appartenenza trovo una Ferri con versi più aperti al lettore nei quali la raffinatezza delle parole e la ricercatezza delle immagini fungono da amplificatore senza offuscare il senso e il sentimento. Una raccolta che merita senza dubbio. Saluti e complimenti a entrambi.
Sandra
Una poesia molto interessante questa di Teresa Ferri, utilizzata come strumento d’indagine sugli oggetti dell’infanzia e della morte.
‘Cicatrice di tempi inguariti’ è insieme definizione di poesia e di ferita ch’essa prova a guarire (laddove il tempo ha fallito).
Davvero notevoli anche le capacità critiche di Luigi Carrino.
Grazie per la proposta
Antonio
Un sincero grazie a tutti e uno particolare ad Antonella per aver provveduto a correggere il refuso della bozza.
Apprezzo moltissimo Teresa e la sua poesia…specialmente l’ultima, quella che ho da mesi avuto modo di leggere su Liberodiscrivere, che mi pare più aperta e comunicativa della precedente, pur nella sua magnifica capacità di suggerire e alludere. La ringrazio ancora, pubblicamente, della sua disponibilità a scrivere la Prefazione, in tempi rapidissimi, e malgrado i suoi numerosi impegni, del mio Mare, more e colibrì del novembre 2005.
Auguri per la presentazione e un abbraccio
Gisella
La poesia di un autore nelle mani di Carrino, dentro la sua sensibilità poetica e la sua competente e lucida capacità analitica, sa davvero creare uno spaccato di lealtà. Mi piace dire questa cosa perché c’è, nella lettura di Carrino, un rispetto religioso del testo e dell’autore ogni volta che ne affronta il viaggio al suo interno. Un viaggio in cui non si risparmia, viaggio analitico non di meno di transfert emotivo. Questo signore qui è un grande e generoso lettore ed è competentissimo ‘curatore’, in tutte le possibili accezioni del termine.
Bravo carrino, ancora una volta.
Di Teresa Ferri parlano i versi che Carrino certo valorizza nel suo percorso. Di Teresa Ferri, che leggo ormai da anni, parla la grande raffinatezza e la grande padronanza della materia poetica, dei suoi distici, del suo lirismo e non di meno della sua potente interiorizzazione dei suoi temi. Parla sì l’appartenenza, la sua appartenenza alla poesia.
ah, certo:
in bocca al lupo per la presentazione.
mi aggiungo al coro e all’augurio di rita.
in più oso un abbraccio a teresa, forte però
maria grazia