Elena Stancanelli: A immaginare una vita ce ne vuole un’altra.

2007 Novembre 15
by L. R. Carrino

Quale urgenza spinge uno ‘scrittore’ di successo (Benzina e Le attrici, entrambi pubblicati da Einaudi e, l’anno scorso, per i tipi di Laterza, Firenze da piccola), brava e bella, a scorazzare per tutta Roma con la sua bianca ‘vesparella’ 125? E che, per giunta, “non frenava e sotto la pioggia era indomabile”?

Un libro di racconti assemblato a partire da scritti apparsi su Repubblica e su Accattone. È questa la genesi della recente fatica di Elena Stancanelli, come appunto spiega lei stessa nell’introduzione agli otto racconti che ‘dicono’ di Roma, dei suoi luoghi e – ancora di più – dei suoi non-luoghi: “[…] Iniziai la mia collaborazione con Repubblica. Dove arrivai grazie a Marco Lodoli, al quale Giuseppe Cerasa (caporedattore della cronaca di Roma) aveva assegnato il compito di reclutare giovani scrittori per una rubrica intitolata «La città fuori le mura». Una serie di reportage dedicati ai quartieri della periferia romana […] Racconti d’autore ispirati a silenziosi angoli della città, incroci di strade generalmente ignorati o addirittura offesi dalla cronaca del quotidiano. […] Qualche mese più tardi nacque Accattone, una rivista bella e ambiziosa che sopravvisse per un paio d’anni. Diretta da Lanfranco Caminiti, aveva la pretesa di raccontare la cronaca per mezzo della finzione. Fuori tutti i giornalisti e dentro poeti narratori disegnatori di fumetti”.

Edito dai tipi di Minimum fax, nel giugno del 2007.

Di che parla? Un libro che parla di Elena Stancanelli, tanto. Un viaggio nella città eterna lungo un giorno intero. Una voce non doppiata fino alla frontiera della propria percezione. Di che parla? Di Roma sì, certo, di quella Roma fatta di verità non ovvie, di personaggi scomodi, gente cui non frega (più) niente a nessuno, di posti scomodi alla new economy, quella che un tempo si chiamava(mo) ‘borghesia’. Ecco, il viaggio riguarda la stessa autrice, che spiazza con i suoi colpi di coda, disorienta, una sorta di ‘ritorno’ all’origine della propria scrittura, patogenesi e-straniante e che stranisce, abbandonando il comfort noto e facile che possiede la distanza, ossia il ‘romanzo’ tout court. Fiorentina, Elena tenta di ortogonalizzare la sua matrigna buona, la ‘sua’ Roma. Il Tufello, gli anni Ottanta e la politica, Cheever e “Il nuotatore”, il comunista Valerio Verbano e il fascista Mario Mattei, Primavalle, Radio Città Futura e Fioravanti, Adler e Jaqueline K. e il Colosseo, che ‘sta alla borgata come la vespetta sta allo scooter’. Tutto questo (per restituire qualche meridiano) frullato ‘solo’ nel primo racconto, Camerati e compagni, raccontato alla maniera degli autori-mondo, come dice Raimo (su YouTube trovate un’intervista dello stesso a Elena).
Non parlo degli 8 racconti (a che pro? Spero di avervi fatto capire cos’è questo libro). Un abbraccio però glielo darei alla Stancanelli per aver parlato di Leroy di Saranno Famosi in Fuori Orario, e per il meraviglioso Pasolini amato nell’ultimo racconto, Sesso.Un difetto? Se dovessi proprio rompere le scatole direi che forse – sottolineo forse, perché qua si tratta di paturnie mie personali – c’è un eccessivo citazionismo. Non perché disturba, anzi lo trovo appropriato. Ma perché sono sedotto dalla curvatura minimale e introspettiva della scrittura di Elena, incastonata come un diamante su un anello da un orafo napoletano (i migliori del mondo, per intenderci) nei luoghi romani. Io, per mio gusto quindi, non vorrei essere distratto da altro.

In genere, quando faccio una recensione, ci vado di pancia (niente topoi, solipsismi, metonimie, climax, monoginie, spannometriche elucubrazioni alla critique du siècle). Non ne faccio molte, ma a volte succede. E quando succede è perché c’è energia che mi devasta, mi invade, mi piglia. Non posso sottrarmi. Alla fine, quello che voglio dire è: comprate questo libro, non resterete delusi.

Ché mi sono emozionato. Vivo a Roma da dieci anni ma, leggendo questo libro, ho avuto la sensazione di stare dietro alla vesparella della Stancanelli; quasi come fossi un guardone della peggior specie, ho rubato immagini dai suoi occhi, dalla sua penna, immagini che fino a mò non avevo voluto vedere. Perché anch’io, come dice Stancanelli quando parla a proposito della ‘parigizzazione’ dell’orto botanico di Roma, mi sento un po’ “[…] una stronza. Perché se il mondo diventa tutto uguale, io ho meno paura da sbarcare dall’aereo in Medio Oriente o in Nigeria, ma dove sto io deve essere diverso. Sono una stronza perché, come gran parte degli occidentali, contribuisco alla creazione del mito del nulla e dell’uguale, amandoli, ma fingo di apprezzare il particolare, di trovar gusto nell’impervia scoperta del pittoresco. Ma è falso. La verità è che io amo le Nike, perché le Nike sono meglio. Sono meglio forse solo per i primi quindici giorni, e poi si rompono. Ma pochi di noi, e tra questi non ci sono io, sono in grado di apprezzare qualcosa per un tempo superiore a quindici giorni”.
Una ferocia (candida, oh sì) che investe le cose del mondo, ma soprattutto se stessa, una delicatezza umile e onesta, una lezione di scrittura e di approccio alla vita, di coraggio.

A immaginare una vita ce ne vuole un’altra
già pronta a disperdersi
già pronta a non
restituirsi niente e dimenticarsi anche le
parole.

Victor Cavallo

6 Responses leave one →
  1. 2007 Novembre 15
    draimondi permalink

    E invece tu di recensioni ne dovresti fare di piu’. Spesso le trovo pompose e poco interessanti, piu’ propense a mostrare la cultura del recensore che lr qualita’ dell’autore in questione. La tua fluisce con grazia sotto gli occhi e invoglia a comprare il libro. Tombola!
    daniela

  2. 2007 Novembre 15
    sandrapalombo permalink

    Mi fido delle tue parole e del titolo….:-) Mi hai dato un consiglio per gli acquisti di cui terrò conto, anche perché traspare il tuo entusiasmo per questo testo. Sandra

  3. 2007 Novembre 16

    però come scrivi bene e con passione! noto che il testo recensito è occasione per prova di tua forza creatrice ed è bello trovare linfa vitale in opere dell’altrui ingegno.
    roberto

  4. 2007 Novembre 17
    antonella permalink

    Penso anch’io che ne dovresti fare di più, bella questa tua fatta di “pancia” , insomma bisogna leggere questo libro se la stancanelli ha parlato di leroy di saranno famosi, che tra parentesi qualche anno fa l’ho visto in una trasmissione che raccontava che era in cerca di lavoro e che aveva avuto problemi con la droga o con qualcosa del genere. a.

  5. 2007 Novembre 17
    alessandrapigliaru permalink

    Forse è vero che a immaginare una vita ce ne vuole un’altra…necessariamente, oserei dire. Complimenti a Luigi che scrivere di pancia lo amo da morire; sei proprio bravo, bravissimo. Curiosa di leggere questo bel testo, non fosse altro per i riferimenti a Pasolini e al povero Leroy, morto qualche anno fa (che tanto mi faceva luccicare gli occhi con le sue piroette insieme a Cleo)…ma questa è un’altra storia.
    Un caro saluto,
    Alessandra

  6. 2007 Novembre 17

    grazie a tutti. siete davvero gentili. ma è il libro di elena che merita.

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