Fortuna Della Porta legge L’acqua e la Pietra di Bianca Madeccia

Bianca Madeccia
“L’acqua e la pietra”, ed. LietoColle, Falloppio (Co), 2007.
La densità della struttura poetica dell’opera in esame, che al primo incontro mi venne da definire centripeta, è già nei due sostantivi speculari e contrapposti del titolo.
L’acqua è liquido amniotico, brodo primordiale nel quale gli aminoacidi si organizzarono a costituire materia vivente; nei presocratici l’umido fu ente e forma dell’essere.
Queste e tutte le altre intuibili metafore, unite ad un’aggettivazione che la delimita ulteriormente -fluida-inafferrabile-incomprimibile…-, rendono il senso che l’acqua assume in questa poesia, ma, un po’ più velato, perfino vero-eterno-cosmo.
La peculiarità dell’acqua è nel suo ribollire: lo stato ghiacciato o di quiete ne decretano la morte, simile a quella di tutti i progetti che hanno osato la sfida all’insondabile, costretti prima o poi a ritrovarsi di ghiaccio.
“Padrone di tutto ciò che hai vinto/hai schiacciato e costretto l’acqua alla quiete./La tua follia ora è visibile/tu, congelato nei tuoi passi”.
Opposta all’acqua è la pietra, che a tutta prima si erge a corpo solido, concreto e inscalfibile e che, invece, a un’indagine più accurata declina la sua fragilità: mentre l’orologio celestiale batte vita e stagioni, il tempo la fa cenere o deve arrendersi all’elemento liquido in grado di cavarla.
“L’acqua è la dannazione della pietra,/così la sconfitta si ripete attraverso i tempi”.
L’indicazione mostra già la linea del percorso esistenziale, emotivo e artistico che l’autrice assegna a se stessa ed evidentemente consegna al lettore, ossia di rifuggire l’apparenza e le certezze scontate per uno scavo più profondo nell’intimità della cosa e della vicenda umana.
Continuando nel tentativo di ricostruirne la genesi, pietra è soprattutto la creatura, in balia di forze che la sovrastano e che difficilmente arriva a comprendere il motivo della vessazione (l’acqua?), creatura destinata in breve a farsi terra, abbandono alla polvere, in un ciclo che riflette il senso democriteo dell’affannarsi del tempo nella sua incessante trasformazione, ma anche il cristiano pulvis es et in pulve reverteris.
All’essere umano pare venire un invito a resistere e a consorziarsi in un leopardiano afflato universale dall’epigrafe da Italo Calvino, perché a opinione della Madeccia ciascuno è una pietra del ponte che solo si sostiene nell’arco di tutte le pietre.
Anche la roccia, come l’acqua è ordine e necessità del mondo. Senza l’umano, coscienza e misura dell’universale, si perderebbe la funzione stessa della storia. E ci sono molti esempi che l’esperimento poetico includa uno stralcio metafisico di ricerca di sensi della vita del mondo.
Innanzi tutto, nella strenua eleganza formale il verso non include mai la pennellata paesaggistica o la facile suggestione lirica e austero si erge sulla desolata pietraia dell’esistenza, ma soprattutto si citano a mo’ di esempio i versi del canto XVIII che comincia: “la domanda si ripete e si ripete”…o asserti simili a questo: “lo sai già, il muro è costruito per tenerti fuori”.
Nonostante un frequente interlocutore, un “tu” dall’altra parte del verso, la poesia non si allontana dall’esercizio del monologo interiore, come se si trattasse del suo io speculare, indicato talora proprio al femminile.
Mai un pianto, un abbandono.
Una desolata-assorta solitudine vigila a cui fanno da cornice le architettura di sabbia dell’artista Lughia, spalancate su paesaggi alieni, scabri, inabitati. Una luce sinistra li illumina, sotto un cielo di pece.
L’essere vivente Madeccia tuttavia non suggerisce la resa o la sosta a rimuginare sull’ineluttabilità e sull’asprezza del destino dell’uomo, ma il consiglio è all’impegno. Anche se il risultato non sarà inebriante, il fare dà alla vita la disciplina etica che toglie la formica della terra dall’umiliazione.
“La cosa giusta al momento giusto/ la tua unica protezione nel dubbio”.
La coscienza del doppio binario oscillante tra il finito e l’infinito che intersecano il segmento vitale, costantemente scagliata in differenti direzioni la punta della freccia, può bastare non solo a definire ma anche ad accettare la crudeltà del limen. Dono parziale e dannato, la vita si dipana nella miseria quotidiana, struttura del finito e della risposta incompleta, e la volta stellata dove il destino dell’eterno è segnato dalla luce, che è culla della verità inaccessibile del cosmo.
Tutto è duplice in verità sulla crosta terrestre. Doppia anche l’anima della persona nei due assetti di conscio e inconscio. Su tutto, in ogni modo, cielo, terra e passo umano vigila lo scandaglio della mente mai disposto a cedere nel tentativo reiterato di vedere il bagliore.
“Corteggiare la morte,/ nel petto una sfera bianca e calma,/ le radici fisse sul secondo,/ la voglia di sfidare l’attimo giusto,/ proprio al cuore”.
Doppia anche la faccia dell’amore, seducente, da un verso, nel suo abito di conforto e nell’illusione del per sempre, ma anche sguardo in basso, ove l’amore, a rispecchiare l’imperfezione dell’esistente, si abbassa a semplice gioco di terra.
Di tanto in tanto, il peso del quesito torna a gravare di pessimismo il cuore. Occorre allora una pausa.
“Poni distanza tra te e le domande/e ti distacchi da buio ed ombra./ Non vuoi che una mattina/ dal vuoto arrivi la risposta/ che, come crepa nel muro, incrini la certezza”.
Tuttavia l’apparato cosmico, alla Madeccia, sembra conseguire a un disegno predeterminato seppure non anticipatore di un destino di salvezza. “La mano invisibile,/legata al cielo, tiene e accudisce il giardino; oppure: un progetto così ricco sfociato/ in avara e sterile miseria”.
Più che teorie, immersa nel suo agnosticismo, l’autrice dipana dubbi, semina interpellanze alle quali la ragione non risponde.
Severa la lima del verso, asciutto nel suo rigore classico, scarno di aggettivi e punteggiatura, dal ritmo composto segnato anche da versi lunghi e doppi.
Questa è a mio parere il fluire profondo della poesia di Bianca Madeccia, che è anche l’entità di tutte le arti in genere, di avere, cioè, un aspetto bifronte, assoggettandosi a una sorta di ri-costruzione, nel nostro caso della Parola, da parte di chi ne fruisce, secondo il livello concesso dalla sensibilità; ri-facimento che, gradino dopo gradino, conduce al nodo di un’opera: un rapporto indissolubile tra chi scrive e chi ha l’anima di accogliere.
I
L’esplosione ha lasciato
l’aria limpida e vuota
un angelo ora mi insegna
il travaso dell’acqua nella giara
mentre l’orologio celestiale
batte vita e stagioni.
L’amore prende forma
dal contenitore che lo ospita.
Ah, che a riversarti
nel vaso incantato
sia una mano aperta e gentile
e mai un pugno chiuso.
III
Sette lame cadono giù
dal chiaro, limpido cielo.
Non totalmente inattese
a mani nude le afferri
logica e persistente.
Devi fronteggiare il fatto,
natura duplice della disciplina.
VII
Fiera davanti alla rosa
hai congiurato con il fuoco
e strofinato forte tra le mani la scintilla
l’inaspettato bagliore del fare
misticamente collegato all’intuizione.
Non discerni ancora i burroni,
le fratture, i picchi.
Non ti aiuta misurare di continuo
il lavoro con lo sguardo,
ascetico percorso
che si dipana verso l’esperienza.
XI
Senza fine né un inizio
costantemente scagliata in differenti direzioni
la punta della freccia mostra
che da un punto all’altro del mondo
ogni azione, direzione e possibilità
di ogni momento, di sempre,
è solo un’altra deviazione temporanea degli eventi.
XII
Vegli la miniera del tempo,
il nudo rigore dei muri,
accumuli e difendi il raccolto,
sbarri e puntelli la roccia,
dal battito certo dell’acqua.
E ancora esiti
a completare il lavoro,
come presagendo già
che il bisogno di certezza
ti taglierà fuori dal cerchio.
Sarai prigioniera o sarai sicura?
XVI
Un pozzo asciutto
sigillato da impulsività e zelo
assediato dal desiderio di controllo
e da paura dell’ignoto.
Esaurite anche le piccole catastrofi
il tempo dell’attesa è terminato,
credi di aver vissuto la povertà di un altro.
La sospensione ora ti spinge
a cercare inutilmente
dentro di te
cibo migliore.
Scalci, urli, ti disperi e poi ti arrendi,
impari l’immobilità e il pentimento.
Forse l’ombra è solo
un più basso livello di luce.
XXIV
L’acqua è quieta
e il cielo è chiaro,
senza scavare nel petto
senza fare male
la superficie
finalmente
dopo tutto quel fondale.
in copertina ( “Architetture di sabbia” di Lughia, www.lughia.it)






tra presentazione e stralcio mi sono perso nel mio liquido naturale: la ACQUA, per me liquido amniotico da cui ricavo le mie forme colorate in gestazione prima proprio nel mio amniotico sentire; e poi la pietra metafora di Terra, di Madreterra, di Utero denso di liquidi creativi; non ho parole sia per la ottima lettura di Fortuna che dei versi alati di Bianca e, ad entrambe, un mio abbraccio amicale fatto di profonda ammirazione e contiguità ideale da Uomo attento al “Percepire Femminile”. Con stima Vostro
roberto matarazzo
Apprezzo tantissimo la recensione fatta da Fortuna ( ottima davvero, complimenti, certo lo sguardo è acuto e sapiente) e mi hanno presa i versi di Bianca qui in parte presentati…il tutto certo merita.:-)
Un saluto.
Mi piace il titolo, con questi due elementi così contrapposti e in intersezione tra loro. Interessante la simbologia sottesa in tutta l’opera. Ho riletto più volte la XI e la I.
Bella anche la recensione di Fortuna, asciutta e appassionata.
Un abbraccio e i miei auguri Bianca
Mapi
poesia stoica, alla Spinoza, nell’interrogare e accettare il caos, il pieno e il vuoto, (“forse l’ombra è solo/un più basso livello di luce”), con un percorso rigorosamente etico della vita(“E ancora esiti/a completare il lavoro); trovo molto bella l’XI “senza fine né un inizio
costantemente scagliata in differenti direzioni
la punta della freccia mostra
che da un punto all’altro del mondo
ogni azione, direzione e possibilità
di ogni momento, di sempre,
è solo un’altra deviazione temporanea degli eventi”). Fortuna ha colto pienamente la “materia” sottesa alla tua parola, un abbraccio, Viola
nell’affrontarlostoicismo e Spinoza, nell’accetatre la “necessità2 e farla propria, persino quando è caos
scusa Bianca, ho combinato un pasticcio copiaincolla..come al solito..;) V.
L’acqua e la pietra
questa simbiosi creata dal contrasto che la natura generosamente elarge, di cui ci nutriamo, generosamente…
la VII la sento molto
questo cercare
mai sazio…
ciao
sotto il lavoro di Bianca e di Fortuna c’è una serietà e un rigore di meditazione prima della scrittura che mi fa riflettere: un brano critico scorrevole e circostanziato, profondo, e una catena di poesie dense, scavate – acqua e pietra …resto in ammirazione
marina
Roberto, Domaccia, Maria Pina, Viola, Carla, Marina. Vi ringrazio tutte per la lettura, anche a nome di Fortuna Della Porta che non ha troppa dimestichezza con i blog.
Un caro saluto e ancora grazie per i vostri occhi sempre generosi. Bianca
Complimenti a prefattrice e all’autrice. Una poesia ricca, fluida e profonda, con immagini in cui mi ritrovo in piena sintonia.
I miei auguri per questo bel libro.
daniela
leggendo questi versi ho pensato che chi si improvvisa poeta deve farsi violenza per trovare argomenti per scrivere una lirica e, spesso, questo si vede.
Qui la poesia è fluida, scorre come acqua, come una cascatella di parole, come un rosario di perle e avvince con la sua preziosità . Belli, bellissimi versi e bravissima Fortuna nella sua presentazione.
Ringrazio Daniela e a Blumy anche da parte di Fortuna per la preziosa, attenta e gradita lettura e per gli auguri. Buona giornata

Bianca
In questa recensione Fortuna dimostra di avere una grande competenza e spirito critico, fa un’analisia acuta, scava nella poesia, scava dentro ai versi di Bianca, come l’acqua scava la pietra. Ma anche la poesia di Bianca scava dentro e fa male, ma dopo lo scavo l’anima si quieta, l’acqua fluisce e non fa più male.
“L’acqua è quieta
e il cielo è chiaro,
senza scavare nel petto
senza fare male
la superficie
finalmente
dopo tutto quel fondale. ”
un caro saluto a entrambi antonella
Volevo riportare l’ultima poesia ma già è stato fatto da Antonella, perchè proprio lo scavo interiore porta l’acqua a insidiare la pietra e i mille dubbi e domande scaturiscono da questo contatto. Precisa e dettagliata l’introduzione di Fortuna Della Porta. Complimenti a entrambe. Sandra
Cosa ne penso lo sai già, te l’ho detto, mi chiedevo il perché della scelta di non mettere tutte le poesie dell’incontro-scontro tra acqua e pietra. Avresti reso più chiaro il dualismo non occidentale ma orientale che attraversa tutto il libro. A parer mio avresti potuto inserire anche un testo sulla mutazione e sul cambiamento.
Pensaci. Un abbraccio e a prestissimo. Marco
Riemergo e mi scuso per il ritardo nelle risposte.
Grazie ad Antonella e a Sandra per le loro gradite osservazioni.
Un abbraccio a Marco e un ringraziamento per aver trovato il tempo di passare, del mutamento, ne parleremo a voce.
Buona giornata e ancora grazie