Jacques Tati (9 ottobre 1907 – 4 novembre 1982)- di Alessandro Melis

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Se non avete mai visto un film di Tati, ecco l’occasione giusta per scoprire la sua inaccessibile perfezione. Se già lo conoscete, saprete che ogni suo film mostra ogni volta qualcosa di nuovo, e questo centenario è l’occasione giusta per tornare a gustare il suo cinema filosofico e lunare.
Per gli amanti della precisione storica, Jacques Tatischeff nasce in famiglia d’origine russa a Le-Pecq (Seine-et-Oise), il 9 ottobre 1907. La sua infanzia è priva di caratteristiche di rilievo, salvo una precoce tendenza allo sviluppo in altezza. Dopo aver praticato con grande disinvoltura innumerevoli sport (boxe, equitazione, tennis, calcio…) pratica il rugby in una squadra di serie A del campionato francese; qui scopre l’innata capacità di generare il riso, intrattenendo i compagni con gag e pantomime. Si trasferisce a Parigi dove esercita, per quindici anni, l’attività di cabarettista specializzandosi in mimica ed acrobazie, con gag ispirate alla vita quotidiana, e ai suoi ritmi nevrotici. Non per caso, giunge al cinema.
“Confusion è la parola della nostra epoca. Si va troppo in fretta. Ci dicono tutto quello che dobbiamo fare. Organizzano le nostre vacanze. La gente è triste. Nessuno fischietta più per strada (…) sarà sciocco, ma mi piacciono le persone che fischiettano per strada ed io stesso lo faccio. Credo che il giorno in cui non potrò più fischiettare per strada sarà una cosa gravissima.”
Qui è la radice comica di tutti i suoi film, qui il punto di partenza per la creazione del personaggio di Monsieur Hulot, uomo stralunato ed impassibile, maschera tragicomica di magra essenzialità: impermeabile, cappello, pantaloni un po’ corti e immancabili pipa e ombrello.
Hulot è “straniero” nella macchina del mondo, borbotta senza parlare, cammina senza capire, il suo sguardo incredulo davanti al meccanismo incomprensibile della modernità è un punto di domanda lasciato senza risposta. Il bersaglio della sua satira, mai crudele, sempre un po’ amara, è la Francia del dopoguerra, ossessionata dalla modernizzazione.

Nel primo lungometraggio Jour de fête (Giorno di festa, 1949), Tati è un postino che, nel tentativo di essere efficiente come i colleghi americani visti in un documentario, semina un enorme scompiglio nella comunità. Hulot non è ancora nato, ma già la comicità di Tati nasce dall’ossessione della modernità. Il film fu un successo strepitoso: fu accostato ai maestri del neorealismo italiano, e le fanfare proclamarono la rinascita del cinema francese.
Quattro anni dopo ne Les vacances de Monsieur Hulot (Le vacanze di monsieur Hulot, 1953), Tati inventa il suo personaggio, protagonista, in una località balneare di una divertente serie di disavventure. I temi di Tati ci sono già tutti: il ridicolo dei costumi moderni, l’incomunicabilità radicale fra le persone, l’occhio privilegiato dell’infanzia.
Nel 1956 fonda la sua casa di produzione, la Spectra Films, e due anni dopo realizza Mon oncle (Mio zio, 1958), surreale satira dell’abitare ultramoderno, tra fontane automatiche e cucine misteriosamente dotate d’identità elettromagnetica. Personaggi memorabili la madre igienista, la vicina americana dai cappelli/scultura. E soprattutto la casa, sublime parodia dell’architettura razionalista. Premiato con l’Oscar come Miglior Film Straniero e con il Premio Speciale della Giuria al Festival di Cannes.
Passano nove anni prima che Tati riesca a realizzare l’audace Playtime (Play Time – Tempo di divertimento, 1967); lavoro dalla genesi omerica, il progetto prevede la costruzione alla periferia di Parigi di una vera e propria città, con strade asfaltate e impianti funzionanti, uffici dalle enormi vetrate, interni labirintici e grigi. Un mondo ostile, una Parigi dove la tour Eiffel compare solo riflessa sui vetri, e ogni segno della civiltà europea sembra scomparire dietro la freddezza di un universo di acciaio e vetro, di macchine da scrivere e feste alcoliche in cui anche un mambo assume cadenze industriali. Megalomania e poesia, dove ogni inquadratura è trattata come un quadro, e l’occhio è obbligato a perdersi nei particolari più minuti. Girato sull’enorme formato di settanta millimetri, il film è un vero e proprio tour de force per lo spettatore, obbligato ad osservare ogni angolo dell’inquadratura, su cui infiniti punti d’attenzione producono meccanismi comici di grandissima complessità. Ovviamente fu un fiasco. Scrive Truffaut, in estasi: “Un film che viene da un altro pianeta… l’Europa del 1968 filmata da un Lumière marziano”.
Tati, perseguitato dai debiti contratti durante una produzione tanto faraonica, è costretto a vendere i diritti di tutti i film precedenti all’asta per una cifra irrisoria.
In Trafic (Monsieur Hulot nel caos del traffico, 1971); borbottante parole incomprensibili, stralunato più che mai, il cineasta ci propone Hulot ormai perduto in un mondo che non riesce più ad appartenergli. La sua casa di produzione fallisce.
Ultimo lavoro, Parade (Il circo di Tati, 1974), girato per la tv svedese e poi trasferito in pellicola per il cinema, è una raccolta di tutte le sue pantomime sotto il tendone di un circo. I suoi capelli bianchi sono di una tenerezza struggente.
Tra il 1977 e l’82 lavora alla realizzazione del nuovo film Confusion, che non riuscirà a realizzare.
La storia è quella di sempre, degli artisti grandi e sfortunati, geniali ed incompresi. Ma è un fatto che davanti ai film di Jacques Tati si resta rapiti davanti ad una comicità che è spesso vera poesia. Fatta di gag imprevedibili, di suoni e posture innaturali, di cose che si trasformano imprevedibilmente in altre cose. La comicità come una forma di visione del mondo. Un modo di mostrarci che vivere è davvero un mestiere ridicolo.
Alla fine, si può anche moridere.
Alessandro Melis
(il blog dell’autore: http://http://ilteatrodisisifo.splinder.com/)





Affettuoso e malinconico questo ricordo di Jacques Tati.
Forte è il senso di alienazione dell’uomo impigliato nei meccanismi di una drammatica modernità subita.
Grazie Alessandro.
margherita rimi
Attore, poeta, fine dicitore, ora anche ottimo critico cinematografico. Alessandro Melis è giovane rivelazione, troppo facile pronosticargli una grande strada.
Antonio
un saggio breve che aderisce all’oggetto con amore, comunicandocene il messaggio più profondo:l’aerea leggerezza, l’essere amorevolmente sorridenti, grazie davvero molto a Melis, Viola
eh, no! un altro conterraneo che non conosco ! (intanto, un bravo per averci proposto un intelligente amarcord di un grande attore francese) . Alessandro. Di chi la colpa se non ci conosciamo ? Devo fare un mea culpa, leggendo le parole di Antonio?
ottimo amarcord!
Un ritratto in onore di un artista la cui grandezza, come spesso è successo, viene riconosciuta post mortem . Bella sintesi. Ciao Sandra
è un piacere leggere di questi omaggi ad artisti che meritano di essere ricordati. E Tati è un grande, un irripetibile come tutti i grandi artisti. Quel tipo di perfezione, quello stile distaccato e tenero, dove possiamo incontrarlo, adesso?
Complimenti per il bel testo a lui dedicato.
lucetta
Cari tutti,
tante cose da dirvi, ma la sintesi è sempre opera faticosa.
Per cominciare, scusatemi di non essere stato qui con voi oggi, ma la vita dei teatranti è strana, e spesso capita di oziare in settimana e di far prove la domenica…
Ed ora i grazie.
Di Margherita ho immaginato le parole pronunciate dalla voce che ho conosciuto qualche settimana fa ad Alghero. (O erano mesi fa? Ma il tempo esiste davvero?) Parole esatte e rare, in voce lenta, di canapa e sabbia. Grazie.
Di Antonio non dico. Se non che gli voglio un gran bene, e da quello che scrive si comprende che lui ne vuole troppo a me.
Ed ora le voci che non conosco.
Grazie a Viola, per l’amore che ha visto, e per la leggerezza che ha trovato. La malinconia di Tati mi ha salvato tante volte dalla malinconia.
A Blumy rispondo che non è colpa di nessuno: quest’isola, a quanto pare, è più grande di quanto immaginiamo. Se vorrai, a parte le reciproche scorribande sul web, mi troverai a Cagliari il 13 dicembre: al Piccolo Auditorium va in scena “alogiCal”, un adattamento mio e di un’amica dal Caligola di Camus. (Perdona lo stacchetto pubblicitario, e grazie di ciò che scrivi.)
A Roberto un grazie per l’aggettivo e per la sintesi, sempre opera difficile.
Sandra la ringrazio per l’amarezza che raccoglie: con troppi grandi siamo arrivati tardi all’appuntamento.
Infine, un grazie a Lucetta, per il doloroso punto interrogativo. Mi verrebbe da rispondere che il distacco e la tenerezza sono poco frequentabili oggi. Troppo orrore, troppo sdegno. Ma anche troppa poca intelligenza nel cinema e nello spettacolo in genere. Da entrambe le parti dello schermo, da entrambi i lati del sipario.
Un grazie a tutti, di cuore.
A presto,
A.
Ottimo contributo di un talentuoso e bravisismo Alessandro Melis, che ho conosciuto in questa Via. Ora leggo pure che sarà a Cagliari con un adattamento del Caligola di Camus e allora la mia curiosità e la mia stima crescono ulteriormente. Molte affinità di cui magari ci capiterà di parlare, un giorno. Un caro saluto, Alessandra
Carissima Alessandra, grazie del tuo messaggio e del tuo saluto. Curiosità e stima ricambiate: ho girellato qui nella Via, sono stato a casa di Blimunda (dalla qualità delle visioni giudicherei che mangia pochissimo…), e ho trovato solo nomi cari (in ordine rigorosamente casuale, andando a memoria: Escher, Pasolini, Sokurov, Deleuze, Bergman, Kieslovski, Dreyer…). Ho l’impressione che stiamo a guardare e ad amare costellazioni molto simili.
Saluti cari,
A.
…dimenticavo oggi ciò che la mente obnubilata mi ha fatto dimenticare già ieri: ringraziare colei che mi ospita nella Via, consentendomi di affacciarmi dal suo balcone, e di chiacchierare con vicine e passanti (senza traffico, in rigorosa area pedonale).
Grazie Rita.
A presto,
A.
Grazie a te Alessandro che con questo contributo alla poetica di Tati hai aperto un’area -davvero- pedonale, alla portata di tutti, insomma
Contributo scorrevole, infatti, e altamente fruibile, come già ti dissi la prima volta che lo lessi sul tuo spazio, e che offre l’opportunità di una lettura gradevole ed esaustiva di questo artista che lo avvicina un poco di più anche a chi, come me, non aveva avuto possibilità di approfondirne troppo i temi. Ed è la poesia di una malinconia rimessa a nuovo tra le pieghe di un’alienazione esorcizzata con una intelligente e geniale delicatezza che viene alla luce con quel sorriso un po’ beffardo di cui al contributo fotografico certo più noto di tutta la sua prorompente opera.
Ancora, Grazie a te.
Rr