Medardo Rosso: uno scultore dalla personalità originale, autore di opere che colpiscono ed ammaliano a prima vista con le loro forme sfumate, quasi incerte se uscire dalla materia, in cui sono plasmate, oppure dissolversi all’improvviso…oggi è stata realizzata una mostra sulla sua produzione, non solo di scultore, ma anche di fotografo sperimentale, a Palazzo Venier dei Leoni, sede del prestigioso Museo Guggenheim a Venezia.
E già su questo palazzo e sulla sua mitica proprietaria, Peggy Guggenheim, miliardaria eccentrica ma soprattutto talent-scout, mecenate, amante appassionata e geniale di talenti artistici (Max Ernst e Jackson Pollock fra gli altri), detta l’ultima dogaressa, morta nel 1979 a 81 anni proprio in questo palazzo, ci sarebbe moltissimo da dire…le sue ceneri furono seppellite nel giardino, e la Fondazione Guggenheim ha trasformato la dimora di Peggy in uno dei maggiori musei d’arte moderna al mondo.
Palazzo Venier dei Leoni è un edificio incompiuto: la sua lunga e bassa facciata in pietra d’Istria, le cui linee sono ammorbidite dagli alberi del giardino interno, si distingue a colpo d’occhio in mezzo ai palazzi che si affacciano sul Canal Grande, dall’Accademia alla Basilica della Salute.
Dentro, dove una volta viveva Peggy, nelle sue stanze ora si possono ammirare capolavori di Ricasso, Calder, Mondrian, Kandinskij, Mirò, De Chirico, Dalì, Magritte, Ernst, Pollock, Balla, e molti altri; nel giardino, arricchito da sculture, passeggiano i turisti, incuriositi anche dalle tombe dei cagnolini di Peggy (si faceva sempre fotografare con uno di loro in braccio ed enormi occhiali neri, con artistica montatura bianca a farfalla); poi, ci si affaccia sul Canal Grande, e si può ammirare uno dei più bei panorami al mondo: il Bacino di S.Marco, la Chiesa della Salute, la punta della Dogana…qui Peggy scendeva a prendere la sua gondola. Ai remi, un gondoliere, ma non uno qualunque, bensì una figura che oggi non esiste più, “el gondolier de casada”.
Accanto al museo permanente, si alternano mostre temporanee, organizzate dalla Fondazione Guggenheim. Questa su Medardo Rosso è stata realizzata in collaborazione con il Museo e l’Archivio Medardo Rosso di Barzio (Como), che custodiscono l’intera eredità di opere e l’archivio dello scultore, giunti eccezionalmente integri alla pronipote.
Rosso è una figura nota e ampiamente studiata; è considerato, nel panorama europeo della scultura di fine Ottocento, come precursore della modernità, tuttavia una grandissima parte della sua produzione è ancora sconosciuta.
Riporto da un depliant della mostra:
“Il vaglio sistematico e capillare dei documenti, carte e lettere dell’Archivio apre orizzonti inattesi e del tutto contraddittori rispetto all’immagine tramandata dello scultore scapigliato-impressionista. Rosso, per natura, è stato un ingegno nascosto: ha abilmente occultato tutto il suo lavoro sulla fotografia, ha esposto a più di quindici anni di distanza le opere che gli erano più care come Madame X o Yvette Guilbert, e alla fine della sua vita, ha distrutto, come Marcel Duchamp, tutte le lettere ricevute dai suoi corrispondenti. Fin dall’inizio della sua carriera ha abilmente diretto le linee delle sua biografia, contribuendo alla definizione di una visione univoca della sua arte, assunta senza discussione dalla storiografia, così che l’intera parte novecentesca della sua vitalità creativa è rimasta finora senza voce.
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La scelta di esporre una selezione di sculture documentate, tra cui Madame X (1896), Yvette Guilbert (1895), Rieuse (1890), Enfant malade (1889), testimonia il complesso lavoro di datazione e di ricostruzione della produzione di Rosso, per il quale il tempo sembrava importare poco: a volte è l’artista stesso a confondere le date delle sue opere, come se per lui l’opera fosse una cosa fluida che dura per la vita in scultura o in fotografia.
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Troverà, inoltre, ampio spazio il lavoro sulla fotografia: oltre 100 opere fotografiche provenienti dall’Archivio Rosso aggiungeranno un tassello alla questione, centrale nella contemporaneità, della relazione tra Scultura e Fotografia. Le parole di Paola Mola svelano il senso di questa relazione annunciata fin dal titolo della mostra: “Ho pensato alla parola Forma perchè comprende scultura e fotografia e perchè non è necessariamente concreta, può essere anche quello che resta nell’occhio o nella memoria. Instabile anche per qualificare la scultura di Rosso in relazione a quella antica radicata nel terreno, quella che segna i luoghi: l’obelisco, l’altare; ma anche per distinguerla da quella ottocentesca o anche novecentesca sulle basi o piedestalli. Rosso è da camera, da ‘mobile’, mobile appunto, da teca trasparente e riflettente. Perciò la forma instabile”.
L’allestimento delle opere rispetta le direttive dell’autore stesso, con un concetto che oggi appare suggestivo, ma a quei tempi doveva essere addirittura rivoluzionario; le sculture sono cioè esposte come lui stesso fece, dentro “scatolette” di vetro e metallo,con apposita illuminazione.
Il risultato è indubbiamente suggestivo. In piccole stanze rivestite di moquette grigio-scura, appaiono dentro le teche trasparenti i suoi bambini malati, la rieuse, l’ecce puer, le dame con la veletta, la donna che allatta; appositi faretti fanno risaltare il sorriso, il seno, le palpebre calate, i tratti centrali del volto, o lo sparire dei lineamenti…girando intorno alla figura, questi strani esseri cambiano espressione, si trasformano…tutto ciò che non è essenziale affonda nella semioscurità, e, se ci avviciniamo per osservare meglio, ci rendiamo conto che Medardo ha lavorato con mani sensibilissime i punti focali, mentre ha volutamente trascurato quelli periferici. In molti casi, sembra che abbia quasi voluto rendere ancora più rozza la materia che fluttua intorno, le parti marginali e il retro delle sue creazioni – cincischiando e strapazzando, impastando con un specie di rabbia la cera, il gesso, il bronzo.
Il suo pensiero era che la materia non esiste, conta solo la luce. Una vera e propria sfida, la sua.
Mi ha commosso il suo “Enfant malate” del 1898, in cera e gesso: un visetto liscio liscio, chinato su grumi di cera giallastra, sfinito – estenuato dalla difficoltà di respirare, sembrerebbe, perché la bocca è semiaperta. Assolutamente essenziale,senza sentimentalismi.
Intorno ad ognuna di queste statue (che potrebbero essere anche considerate installazioni), una serie di fotografie che Medardo elaborò in vari tempi, e con differenti tecniche. Fotografava le sue “forme” da varie angolazioni, su diversi sfondi; poi ritagliava le fotografie, ed attuava nuovi scatti di foto su foto, veri e propri montaggi e reinterpretazioni che preludevano a generi artistici del 1900.
A volte, questi pezzetti di cartoncino incorniciato su muro sono così piccoli, non comunicano molto ai nostri occhi abituati ad immagini appariscenti; ma sono sempre una ricerca di nuovi limiti, opere originali, vive di una vita propria – la loro modernità sconcerta e lascia ammirati.
Gettano una luce nuova sulle sue sculture; in alcuni casi, sono piccoli capolavori dal valore autonomo. Aprono spiragli sul lavorio della sua mente: alcune foto dell’ecce puer, ad esempio, sono tutt’altra cosa dell’ecce puer in cera su gesso. La foto, la cera, il bronzo non sono nient’altro, forse, che riflessi della sua idea di “Ecce puer”.
vedi anche: poesie in volo






sarebbe interessante VEDERE queste composizioni di foto su foto
dove la luce è sovrana.
cara Carla, purtroppo non ho trovato riproduzioni di queste foto (nel museo, non si può fotografare, nè io sarei stata in grado di farlo), non ce ne sono su internet, comunque, sono molto interessanti, però le vere opere d’arte sono senz’altro le sculture
ciao
marina
Cara Marina, certo è che vedere procura sempre forti emozioni a livello epidermico, è qualcosa di intraducibile capace di trasmetterci l’energia dell’opera che noi tutta assorbiamo in contemplazione.
è magnifico!
Grazie per questa boccata d’arte che gli occhi delizia nell’immaginare….
Bonsoir
carla
In effetti ho trovato su internet solo sculture e nessuna di questo foto su foto che citi nel tuo interessante pezzo. le sculture per come le descrivi e per come le ho viste su internet sembrano capolavori. domenica sulla repubblica c’era un articolo sulla eccentrica Peggy interessante come è questo tuo su Rosso. i tuoi reportage sono delle vere chicche
buona notte antonella
Non conoscevo (o forse me l’ero dimenticato) questo scultore neppure tanto lontano da noi. Come sempre precisa e attenta nei tuoi ‘racconti d’arte’.
cara marina, medardo rossi è appassionante, grazie di cuore, V.
ciao Viola, Blumy, Antonella, Carla, un ringraziamento circolare
Antonella, quelle foto sono una novità offerta dalla mostra anche agli studiosi e specialisti, pare che l’archivio di Medardo R. ne sia piuttosto geloso…l’autore stesso, in vita, non le aveva mai volute esporre
ciao
marina
Quante cose che mi fai scoprire-ricordare cara Marina. Sei proprio bravissima, grazie di cuore
Un abbraccio, Alessandra
marina hai ben scritto su artista e luogo che mi hanno impressionato tantissimo: sul luogo e sulla peggy furono oggetto e soggetto di di tante mie suggestioni giovanili e poi mature, su medardo rosso vidi una cera che possedeva una forza creatrice da brivido tanta fu la possente carica che trasmise non solo a me ma all’amica con cui visitai il museo (se non ricordo male roma ma circa 25 anni anni fa!) ove stava. Ma scrivi benissimo e con grande intelligenza, mi piace il tuo stile espositivo peraltro privo di retorica e orpelli vari!
roberto
Un altro articolo interessante, attraverso di te conosco nuovi artisti e mi avvicino a luoghi lontani. Dalle descrizioni delle statue traspaiono le emozioni che ti hanno suscitato e mi piacerebbe vederle. Sandra
per Alessandra e Sandra:
grazie! il mio scopo è , appunto, condividere emozioni provate nel “guardare” e “vedere”, s econ voi ci sono riuscita, bene!
ciao
marina
Roberto, ti ringrazio per quanto hai scritto: è bello accorgersi che qualcuno, leggendomi (si tratti di poesia o di prosa) , coglie l’occasione per ricordi particolari, emozionanti…Medardo Rosso, del resto, è un genio, uno di quegli artisti che sanno fare il balzo al di là del tempo
ciao
marina
rimango sempre ammirata alla lettura dei tuoi “pezzi” che parlano di arte e artisti di alto livello, trapale la tua “passione”per ciò che vedi e che poi riporti…Brava!
ti ringrazio, Domaccia, per la lettura ed il commento…e buona scrittura a te!
ciao
marina