UOMO SASSO – di Gian Ruggero Manzoni

“Prometheus,” by Constantin Brancusi, gilded bronze, 5 by 6 by 5 inches, 1911
***
Siamo figli del sole, seppure ombre.
Siamo ombre, seppure la luce del sole.
*
Hai udito la calma di vento?
Il sasso non ha colpito la riva, ma è scomparso
in una piccola folata di gas.
Ho fiondato lontano, perché non smuovesse altre pietre
e bruciasse i suoi atomi nello sfrego dell’aria.
La pelle era di quel sasso.
Uomo che si è andato a spogliare di cellule e strati.
Volo che nel fiato svapora in quel progetto che fu da sempre
il nume tutelare.
Uomo sasso. Uomo scagliato da un altro uomo per provare il braccio
e la consistenza di ogni molecola nello spazio.
L’entrare, il forare (o lo spingere), quindi il risucchio,
per svanire nella parabola di un gesto primordiale.
*
Chiudi le palpebre e inginocchiati qui a lato.
Resteremo, avviluppati dall’edera, come querce nei millenni.
Il nostro calore scioglierà la muraglia dell’ultima diga
e il sigillo verrà mostrato alle genti.
Ho amato e amo… mi ami, nell’assurdo, solcato da meteore.
Questa la sorte dei frombolieri: comprendere che si è
con l’andare del sasso, col suo spegnersi, in una vampata di elementi,
poi col raccoglierne da terra un altro, e lanciare,
quindi di nuovo attendere.
*
Siamo figli del sole, seppure ombre.
Siamo ombre, seppure la luce del sole.
*
Quando la pioggia cade moscia, riempie le fosse e gli stagni,
mentre tutto sprofonda nel pantano.
Il cinghiale non annusa più il suolo, e le tracce si perdono nella dottrina,
in quel sublime credere cieco, che alimenta il cuore del vigliacco
o del santo.
Cammino ai bordi della Romea, la strada che fu dei pellegrini
rivolti alla Terra Santa.
Quando guadi i bracci del Po, incontri e parli coi fuochi fatui
di chi è spirato in quelle terre mobili…
in quelle terre che alimentano gli asparagi.
A volte un traghetto, a volte una spiaggiata dove poter attraversare. Raggomitolare i pantaloni di fustagno.
Legare i lacci l’un l’altro e gettarsi le scarpe in spalla.
E questo al tramonto, quando quei fuochi filtrano fra le schiumazze
e le carogne continuano a putrefarsi.
E’ il fiato del passato. Ciò che resta delle nostre azioni umane.
Fu la strada dell’uomo come l’ombra?
Sì, la vie de l’homme fuit comme l’ombre.
L’ombra è come la vita… un ripararsi il capo dal possibile calore,
con il sacco che contiene le nostre poche cose.
Difendere quel sacco, aprendo il coltello che si porta in tasca.
Difendere il capo, con le giaculatorie dei morti per fango e per acqua.
*
Sospiro all’alba, mentre, con la ronchetta, do scultura a un pezzo di faggio.
Il legno è il burattino di ciò che si vuole raccontare.
Getto il simulacro nella corrente. Due braccia, due gambe, una testina,
due piedi.
Il burattino giungerà al mare poi all’oceano. Andrà per acqua,
nella semplicità di un ciclo che lo vedrà, un domani, piovere in Tasmania.
Quello che si modella qui, diverrà un giocattolo per il figlio
di un pastore anglocoloniale.
Il ciclo della natura porta doni, a volte neutri, a volte con una faccia
e un passato.
Osservo ogni particolare, per ritrovare il mio naso.
A momenti penso che il mondo rappresenti il mio cranio, altre,
che l’atmosfera che lo circonda sia quello il mio adipe.
So solo che sono il bambino di Tasmania, che racconterà ai suoi nipoti
che un giorno, quel pupazzetto sul camino, è caduto dal cielo,
perché partorito dagli angeli.
*
Siamo figli del sole, seppure ombre.
Siamo ombre, seppure la luce del sole.
*
Urla il porco, quando lo inseguono per scannarlo.
Urla come un cristiano.
Lui se ne accorge che lo vogliono sgozzare,
ancor prima che aprano la porta della piccola stalla
dove vive discreto e gioioso, fra i suoi liquami.
Urla il porco… in sanscrito e in aramaico.
I palmi degli esecutori sono di cuoio.
Gonfi, ruvidi, incisi da rughe, da setole, da linee scure
marchiate anche dopo il bagno, o dopo le pomate che ti passa il farmacista, per ammorbidire il danno e i calli.
Ma gli esecutori non riescono a chiudere del tutto il pugno,
perché lo spessore del cuoio è tale, che al massimo possono stringere
con forza l’asta di una vanga, il grosso manico di un’ascia
o quello di un coltello da beccaio.
Quei palmi sono di chi ha sempre lavorato di fatica, dei contadini,
degli operai, dei meccanici, dei poeti, degli asini umani.
E il porco li conosce bene, e sa il perché lo vengono a cercare.
La caldaia è già sul fuoco; l’acqua bollente servirà ad ammorbidire la pelle del maiale, così da raderla, non appena sollevato, appeso a testa in giù
e squartato.
Sia palmi sia cotenna sono eguali.
La mano del norcino si confonde col dorso di chi va ad ammazzare.
La voce di Dio si mischia con quella dell’uomo,
già condannato dalla nascita.
E’ quindi Dio che sgozza il porco?
Sì è Lui, e quel Suo concedersi alla mattanza delle carni.
Urla il porco, salmo dopo salmo,
una preghiera alla divinità dei maiali al gancio.
*
Il sasso coglie le pareti della stanza, e rimbalza.
E’ la voce del superstite.
Tocca e ritocca, va, per giungere e colpirti le scapole.
Si è sempre vittime della propria lama.
Non bastano le finestre per interrompere la condanna.
La porta la serriamo buttando via la chiave.
Non resta che girarci e, quale unica scelta, attendere il colpo
e definirci eroi nel comprendere le dinamiche che influenzano i richiami del sasso e del mattone… del mattone e del sasso, nella fisica del rimbalzo, e in quella del gesticolare invano, per innalzare un altare
o una costruzione (…pur sempre momentanea).
*
Siamo figli del sole, seppure ombre.
Siamo ombre, seppure la luce del sole.
*
In circolo, far schizzare il seme nella fiamma
con la velocità della mano.
Femmina è il fuoco, larga la sua ferita,
per accogliere il ringraziamento onanistico dopo la caccia.
I maschi di quella tribù sono come i primi maschi che il pianeta ha contato.
Nulla è mutato da 100.000 anni a questa parte.
Il rito è lo stesso di quando il mammut alitava bianco fra i ghiacci.
Le pertiche appuntite trapassavano pelliccia e polpa viva, materia calda che ragionava mobile, per le tundre siberiane.
Anche il cielo è sempre lo stesso: nessuna stella nata, nessuna stella divenuta una supernova allo sbando… tempo terrestre,
tempo di uno sciame di libellule
nel breve accoppiamento di una stagione
che termina a novembre.
*
Scegliere le mani della natura per decidere dove guadare…
un balzo da sasso a sasso con il tempo delle scelte che scorre nel fruscio.
Semplici campi d’autunno. Vibrazione di cortecce.
Stella che ci dà ombra per definirci con profilo.
La voce del mondo nel richiamo di mia figlia, seminatrice di rose.
Un punto d’armonia nell’immensità dell’errore di chi si dice uomo
per materia ed economia.
*
Siamo figli del sole, seppure ombre.
Siamo ombre, seppure la luce del sole.
GIAN RUGGERO MANZONI è nato a San Lorenzo di Lugo, in Romagna, nel 1957. Poeta e narratore ha al suo attivo numerose pubblicazioni fra le quali ricordiamo: Pesta Duro e Vai Trànquilo (Ed. Feltrinelli 1980); Il dolore (Ed. Scheiwiller 1991); Caneserpente (Ed. Il Saggiatore 1993); Peso Vero Sclero (Ed. Il Saggiatore 1997); Il morbo (Ed. Diabasis 2002); Gli addii (Ed. Moretti & Vitali 2003); La Banda della Croce (Ed. Diabasis 2005). In uscita, sempre per Diabasis, il romanzo Una macchia nel sole. Per anni ha diretto la rivista di letteratura e arte Origini. Con Gianni Celati ed Ermanno Cavazzoni ha collaborato alla realizzazione dell’almanacco di prose Il semplice (Ed. Feltrinelli). Sue opere poetiche sono state tradotte in Germania, Gran Bretagna, Grecia, Francia, Spagna, Irlanda, Argentina, Cile, Uruguay.





E’ sempre bello leggerti. Un caro saluto Sandra
Grazie Sandra… è reciproco.
Ombre e sole insieme.
Così siamo.
Vittime della propria lama.
Parole lanciate, scagliate, bruciate, incise.
Grazie.
M.
questo solo, siamo.
la forza di quel gesto primordiale, l’ho sentita scagliarsi addosso. quanto è vero che siamo “figli del sole, seppure ombre”.
grandissimi versi.
e un grazie grandissimo.
Sassi e parole. I sassi hanno dentro di loro mille storie. Le pietre nascono e rinascono senza fine,
ed hanno tutte le età. Un sasso nella gola. Un sasso in pieno viso. Parole come sassi. Non tutti i doni arrivano accompagnati da porpora e fanfara. Alcuni sono stracciati e poveri e, prima di arrivare alla nostra porta, percorrono strade che la pietà non ha mai frequentato.
Per i doni si dovrebbe sempre essere grati.
Anche quando feriscono.
Un uomo scagliato lontano come un sasso da un altro uomo, un pezzo di legno scolpito in forma di uomo e buttato nel fiume, che un bambino della Tasmania raccoglierà e racconterà che è un dono degli angeli, un porco che parla aramaico come un Cristo in croce, ammazzato per farne salsiccia e costate ripiene, una figlia che profuma di rose, che semina rose, chi siamo? dove andiamo? siamo luce e ombra, siamo bene e male, nulla è mutato e l’uomo è sempre uguale a se stesso. Chi è Dio? Dov’è Dio? E’ lui che ammazza il porco ed è lui che fa seminare le rose alla figlia bella e amorosa e armoniosa? Innalziamo altari e ci illudiamo che il pupazzo che teniamo sul camino è un dono del cielo. In questo testo tocchi e svisceri materia profonda. Siamo figli della luce e luce noi stessi e se c’è la luce c’è l’ombra. Bel testo da leggere e rileggere, che fa riflettere sul significato dell’esistenza che passa come un sasso lanciato, come una meteora. Antonella
Figli delle stelle
Alan Sorrenti
Come le stelle noi
soli nella notte ci incontriamo
come due stelle noi
silenziosamente insieme
ci sentiamo.
Non c’è tempo di fermare
questa corsa senza fiato
che ci sta portando via
e il vento spegnerà
il fuoco che si accende
quando sono in te, quando tu sei in me.
Noi siamo figli delle stelle
figli della notte che ci gira intorno
noi siamo figli delle stelle
non ci fermeremo mai per niente al mondo.
noi siamo figli delle stelle
senza storia senza età eroi di un sogno
noi stanotte figli delle stelle
ci incontriamo per poi perderci nel tempo.
Come due stelle noi
riflessi sulle onde scivoliamo
come due stelle noi,
avvolti dalle ombre noi ci amiamo
io non cerco di cambiarti
so che non potrò fermarti
tu per la tua strada vai
addio ragazza ciao,
io non ti cercherò
dovunque tu sarai,
dovunque io sarò.
Noi siamo figli delle stelle
figli della notte che ci gira intorno
noi siamo figli delle stelle
non ci fermeremo mai per niente al mondo.
noi siamo figli delle stelle
senza storia senza età eroi di un sogno
noi stanotte figli delle stelle
ci incontriamo per poi perderci nel tempo.
Una base, asciutta, essenziale, levigata, elementare nella necessità di un sasso nudo, di contro l’artificio umano, stretto tra una misura temporale a ’sciame di libellule’ e un cielo fisso. In basso il lamento sacrificale, in alto l’ira onnipotente. Confini del corpo radenti a quelli del mondo.
Un testo che arricchisce, scuote, domanda.
Che cammina, a cui star dietro. Per conoscere.
Grazie.
Da un po’ non leggevo poesie di Gian Ruggero e leggerle anche per me è sempre un piace, in clima poi sereno! La poesia in cui citi la via Romea mi ha molto emozionato – sapete la mia passione sulla storia e certe cose – e quella sull’uccisione del maiale è davvero efficace, mi ha ricordato “La camera da letto” di Bertolucci padre e “Novecento “di Bertolucci figlio. Lo stile poi ovvio è quello tuo! Complimenti davvero per questi versi.
Un caro saluto
Luca Ariano
Grazie Gian, per queste poesie inaspettate, ho sempre desiderato leggere qualcosa di intimamente tuo…
Rendo mie queste tue righe:
Chiudi le palpebre e inginocchiati qui a lato
Resteremo, avviluppati dall’edera, come querce nei millenni
primordiali o futuristi, questi versi hanno una carica magnetica che cattura.
Parabola sull’esistenza umana, questi versi di Manzoni mi fanno pensare ad un lungo viaggio interiore, un viaggio quasi visionario in cui a sollevare o a condannare sta un panteismo sognato o lo specchio stesso della natura. Ecco che si dipana il percorso umano e singolare in cui è l’occhio poetico che si eleva a spirito e, distaccato dalle passioni ferine, racconta del dolore declinato in tutte le forme dell’essere-nel-mondo. E un occhio gravido di immagini che non dimentica ciò che ha visto, occhio che si fa carne e sangue nel sacrificio ultimo.
Grazie, è stato un vero piacere leggerti.
Alessandra
Tardo pomeriggio.
Leggo questi versi e ne assaporo la consistenza di una materia forte e potente dal ” gesto primordiale”… tutta in crescendo.
Vibrante, circolare e lavica
“Uomo sasso. Uomo scagliato da un altro uomo per provare il braccio
e la consistenza di ogni molecola nello spazio”.
Un saluto e il mio più vivo apprezzamento
Mapi
Forte, incisiva, grandiosa, marmorea, sanguigna e primordiale.
Io ci leggo un richiamo al frombolere entusiasta, ma non so se questa citazione possa essere gradita all’autore.
In ogni caso ringrazio molto gianruggero di questo regalo offerto alla nostra lettura.
La scoperta di un testo “potente” , in una visione della vita e del destino umano a me assolutamente congeniale.
é tanto tanto tempo che non ti leggevo, caro Gian Ruggero, e mi ha fatto molto piacere stare in compagnia di questa tua poesia potente e “rocciosa” ma scorrevole come lava incadescente. Ci sono punti molto belli e coinvolgenti.
Complimenti!
E quel Brancusi- che adoro- lo hai scelto, tu vero? Perfettamente adeguato al testo.
Un abbraccio
lucetta
Un abbraccio
Lucetta il Brancusi (che adoro anch’io) l’ho inserito io e sono contenta che ti sembra adatto al testo del Gian. Ma a proposito, lui dov’è?
antonella
Nessun tema, nessuna forma, nessun linguaggio, sono preclusi alla poesia. Qui si dice, con parole di sasso, delle responsabilità dell’uomo, del suo rapporto con la nostra stella (cadenzato nel distico in refrain), di storia, di saga di famiglie – e l’estetica del testo è tutta nel suo detto.
Antonio
“uomo sasso” (proprio il titolo intendo) mi ha fatto venire in mente Haidegger e il suo pensare all’uomo come gettato nella vita, all’uomo sasso lanciato nel tempo e poi leggendo i testi ho avvertito come e quanto anche il linguaggio sia sasso che crea dei centri concentrici, toccando , mi sembra, le varie ere ed età umane sempre con quella domanda incastrata nella gola, che a volte si fa verso sconcio, volgare a volte riesce a farsi canto… Lo scandire poi dei testi con la ripetizione dei due versi:
Siamo figli del sole, seppure ombre.
Siamo ombre, seppure la luce del sole.
ricorda il salmodiare di una brutale preghiera. Un caro saluto, Lucianna
Mi sono accorta ora, rileggendo, che ho scritto Haidegger anzichè Heidegger. Chiedo scusa. Lucianna
Carissimo,
mi sei mancato (ma anch’io sono mancata molto a me stessa, e come! senza neanche averlo voluto). Volevo dirti che sono belle e forti, laviche e concrete, le tue poesie, e che io sto dalla parte del maialino, sono contro le mattanze, tutte.
Anzi andrò a un “vegadinner”, di cui do notizia in bacheca, a Parma, per parlare della relazione di cui parliamo mai, e pensiamo ancor meno, tra uomo e animali (che è rimozione assai grave visto che è la parte buona di noi).
La tua sensibilità mi sorprende sempre, perché ha insieme la forza..
Spero comprendi quando dico: sono contro le mattanze, ti ho pensato, (ma ero nelle pesti, ora voglio ci vadano gli altri – gli stupidi nelle pesti, magari quelli che corron dietro al gosèn, come alle corride, anche loro..)
Ti bacio,
Maria Pia
Care amiche e cari amici, eccomi. Ieri, domenica, ho festeggiato il compleanno di mia figlia, anche se con un giorno di anticipo, visto che li compie oggi… il 22. Siete tutte e tutti stupendi. Grazie.
# Morena. In sintesi hai colto l’ “incisione”, quella ‘ferita’ che poi si risana, tramite l’individuale catarsi.
# Francesca. Il “gesto primordiale”… il continuare ad essere ‘ancestrali’… quindi ombre seppure soli, e viceversa… buio e luce… buio da cui la luce, e viceversa. Così l’andare di ogni vita, fin dai primordi del cosmo.
# Bianca. Che stupendo commento, con una chiusura ineccepibile, che tutti noi dovremmo fare nostra, sempre, senza alcun timore: “Per i doni si dovrebbe sempre essere grati. Anche quando feriscono.”
# Antonella. Sempre puntuale. “In questo testo tocchi e svisceri materia profonda. Siamo figli della luce e luce noi stessi e se c’è la luce c’è l’ombra.” – verissimo, come sempre attuali le domande che poi danno vita alla poesia e alla… vita. Domanda che genera domanda, ad libitum.
# Sontag. Canzone che mi ricorda una giovinezza tormentata, ma anche formativa… soprattutto vera. Effusioni, con la fidanzata di allora.
# Erminia. “Confini del corpo radenti a quelli del mondo”… che immagine stupenda. Poesia che si innesta a poesia, così l’essere fra noi poeti. Un insegnamento importante per chi fa letteratura.
# Luca. Fra noi sempre il sussulto di sentirci appartenenti a stesse geografie. Un abbraccio.
# Carla. Non potevi scegliere frammento più indicato per dirsi fra due essere umani: “Chiudi le palpebre e inginocchiati qui a lato.
Resteremo, avviluppati dall’edera, come querce nei millenni.” Reputo una immensa dichiarazione di fedeltà al mistero dell’amore.
# Blumy. “Carica magnetica”… meglio elettromagnetica così come l’aura che ci circonda… cmq grazie per avermi cibato aura con aura (…seppure ombre).
# Alessandra. “Occhio che si fa carne e sangue nel sacrificio ultimo.” quello che ci vede ‘eroi’ del nostro essere già e solo umani, mortali, cmq fragili, ma degni, fieri del nostro compito, da svolgersi fino in fondo.
# Maria Pina. “Vibrante, circolare e lavico”… come ogni femminile che si rispetti. Degna sintesi di questo vostro spazio.
# Ali. “Io ci leggo un richiamo al fromboliere entusiasta, ma non so se questa citazione possa essere gradita all’autore”… che dirti?! Sai che sono anche un fromboliere, quindi mi rendi onore. Che altro gioco o ‘arma’ o talismano o che altro di più antico se non il sasso?
# Domaccia. Forza che ci unisce, quindi. Ne sono felice, quando di forza e coraggio questo tempo necessita.
# Lucetta. Un bacio ai nostri incontri, qui, in questi spazi ‘virtuali’. Grazie delle belle parole. Sai che la stima è sempre reciproca. Il Brancusi, come ha giustamente sottolineato Antonella, è suo ‘parto’. Scelta che ha colpito significativamente anche il sottoscritto. Chi altri se non il grande rumeno quale protagonista di un ‘900 in cui, ancora, io ho casa? Non avrei potuto indicare alla redazione immagine così pertinente… opera così essenziale ma totale… ‘povera’ come forma, ‘ricca’ come volume-gravezza nel-del significativo.
# Antonio. Sempre ineccepibile nelle sintesi che fai. Ti ammiro.
# Lucianna. Heidegger è il rimando filosofico giusto… aggiungerei Dora Marsden come posizione esistenziale. Poi scrivi, più che giustamente: “ricorda il salmodiare di una brutale preghiera”… vero, una preghiera arcaica, come del resto sono.
Grazie di nuovo. Finalmente un luogo dove si ragiona ancora e, soprattutto, dove si è attenti al fare altrui, senza patemi di audience e senza bizantinismi di sorta. Brave.
Grazie Maria Pia… ho inteso benissimo… so che sei di enorme sincerità, come anch’io mi reputo. Ci siamo già intesi
Là dove sai, chiuderò presto, dopo aver esplicato ciò che avevo promesso a chi mi ha inviato i libri x recensioni. Quando inizio a sentire odore di ambiguità, dismetto il Codice del Cavaliere e indosso i panni del Sicario… seppur le mattanze me le sia gettate da tempo alle spalle, e ciò che resta di esse è solo parodia, paradosso e iperbole dialettica. Un abbraccio. Ti penso sempre con affetto.
Caro Gian ti ringrazio ancora per averci affidato questo tuo testo potente su cui si potrebbe ragionare e discutere ancora e ancora, perchè un testo poetico è tale quando non esaurisce le risposte e le domande, quando il senso è molteplice e si apre sempre a nuove riflessioni e il tuo lo è. Ti ringrazio anche per aver definito viadellebelledonne un luogo dove si ragiona; è vero, si cerca di ragionare e di stare attente al fare altrui, ci tentiamo, questo blog non vuole essere una vetrina ma un luogo di crescita, dove lo scambio è reciproco, dove diamo e riceviamo, dove con-dividiamo, dove vige il rispetto e il dialogo aperto, diamo spazio a tutte le opinioni, a tutte le espressione del pensiero, pensiero che rispettiamo anche se diverso dal nostro. come puoi vedere tu stesso le belledonne sono di diversa estrazione, di diverso colore politico, di diversa religione, ci sono atei, cattolici, musulmani, ciò vale anche per i frequentatori e i collaboratori “maschietti”
– E… il fiore all’occhiello di questo blog è : che qui non si litiga! non ci sono anonimi, non ci sono troll, e non abbiamo bloccato nessun indirizzo IP.
Contenta che la scelta del Brancusi ti sia sembrata azzeccata, davvero. Sei stato generoso a rispondere nominalmente a tutti i commenti. un caro antonella
bellissimi versi che mescolano passato e presente, mitologia e modernità, scanditi da quel “ritornello” così poetico e vero…
gisella
Il Poeta Manzoni che porta sassi come origine a ciò che siamo nell’uomo grande che mi sorride oltre le righe.
Grande, immenso il suo sapere, sul palcoscenico che zittisce il resto del mondo, mentre è l’amore che parte e ritorna, nel reciproco della Parola , che da sempre adopera con sapienza ed umiltà.
A presto soldato che torna a casa, nelle tue liriche tutto il non detto che sorride dentro.
Un abbraccio
Cara Antonella questo blog lo state gestendo molto bene. Che piaccia o non piaccia si respira comunque un bel clima. Per impegni di lavoro non riesco a seguire molto ma quelle volte che vi entro…Concordo con questa ultima analisi di Paola.
Buon lavoro e a presto!
Un caro saluto
Luca Ariano
Caro Luca concordo con te, sul respiro che si aspira da questo dove.
Bello trovarsi qui insieme, Luca.
Mi fa oltremodo piacere che concordi sulla mia interpretazione sullo scrivere di Gian Ruggero.
Sai benissimo ciò che ci lega e il perchè le mie parole sono ricche di amore.
Tu sai quanto io sia poco presente come commentatrice sui blog, leggo ma resto in disparte.
Qui, a parte l’esserci di Gian Ruggero, ( non esiste segreto rispetto al nostro vivere felice insieme) , vi è veramente qualcosa di profondo e Chiaro.
Un saluto ad Antonella che avrà presto mie.
Ciao Paola, aspetto allora. Un caro saluto e grazie per quello che dici, che dite. antonella
Cosa state spettegolando alle mie spalle
Che bello trovare qui Paola e di nuovo Luca. Siete fantastici. Inoltre parole di poesia s’intrecciano con parole d’amore… ottimo! Mi sento lusingato. Giusta l’aria. Giusto l’ambiente. Tutto funziona. Un abbraccio ad Antonella e a tutte le amiche. Un bacio a Paola. Una grande stretta a Luca… sempre a me vicino.
“Siamo figli del sole, seppure ombre.
Siamo ombre, seppure la luce del sole.”
E io mi levo il cappello con rispetto e umiltà. Hai già detto tutto. Un incipit che ricorre ossessivo e non ti lascia scampo, ti fulmina ti uccide ti inchioda dinanzi al dato inconfutabile dell’ umana condizione. Vedo Platone ma vedo anche Hegel, vedo una finestra che si spalanca sardonica e impietosa, sulle inutili arroganti misere certezze che abbiamo conquistato. La verità è una e una sola e non si discute: siamo ombre, piccolissime fatue impercettibili ombre. Seppure la luce del sole…
“Uomo sasso. Uomo scagliato da un altro uomo per provare il braccio
e la consistenza di ogni molecola nello spazio.
L’entrare, il forare (o lo spingere), quindi il risucchio,
per svanire nella parabola di un gesto primordiale.”
È la parabola della vita. Cos’è la vita? È forse altro che un insieme di molecole combinate in maniera diversa? In fondo sono atomi come i nostri quelli del sasso, e ci rammentano quale fu il principio e quale sarà l’epilogo del nostro assurdo inesorabile cammino. Cos’è l’uomo? È forse altro che un ammasso di molecole coscienti del loro stato?
“Quei palmi sono di chi ha sempre lavorato di fatica, dei contadini,
degli operai, dei meccanici, dei poeti, degli asini umani.”
Il poeta come il contadino l’operaio il meccanico… il poeta come un asino umano. Non posso fare a meno di guardare alle mie mani, e non vi è traccia alcuna di quella terra aspra e dura faticata dai miei avi, di quella terra intrisa di dolore e poesia. Sono mani come tante, mani che si sono loro malgrado imborghesite, appena screpolate da questo soffio d’inverno leggero. Qualche segno c’è, lo vedo… è solo colpa della bici. E io che mi ero illuso di essere un poeta…
Pasquale
Lo sei Pasquale e lo si evince anche da questo tuo commento. Grazie. Parole stupende.