Da Ricette del sottopiatto
2007
1.
conosco ancora un arrotino
che in bicicletta cammina da fermo
che vive chissà come fa a vivere
con tutte quelle lame che lo stanno
stoccafisso del tempo senza caso
cantante a volte per rovistare ad altro.
2.
ho pianto sul salario dell’alba
sul bavero scosceso, alzato, fatto frotta
sul gelo e la calura della postazione
informatica. ti dico dio per dirti un fratello
scalcinato, nato solo.
3.
indice di occaso e odori di cibo
il padiglione di malati terminali
occhi arsenici bestiole di soqquadro
dentro la vergine della casa accanto
giocattolo allo sfascio
lo sciò sciò della caccia
che avviene sotto casa
4.
nel conto del mancato
avrò perduto il dubbio prediletto
quel candore di resina sui polsi
che innamora le fissità del nome
5.
nessuna creatura del fortilizio
apporrà più mano
alla salsedine nera
agli avanzi del banchetto.
tu nel lutto che cheta le voci
tura il sipario frena chiunque
addobbi sulla sfera un altro
se con sì nel no di dopo.
6.
ora la fionda ucciderà l’ennesimo
pare che pianga occaso di deriva
quella manciata d’ascia della nascita
7.
urlo e ventura già ne muore l’abaco
il conto al collo
l’elogio in una zolla
8.
Cristallo panico lo sguardo
artline di un identikit
9.
il mendico sta nel tuono del fagotto
addosso è nell’addobbo di una candela
spenta qualora un latte fumante
lo fa orinare nel vino nella birra
nel berretto sotto i piedi.
10.
l’opera del tetto si consuma appena
eppure mio figlio è morto
il pendolo del nonno è intatto
eppure il mio dolo è logico
la nuca del ragazzo mi commuove
eppure ne muore un’altra adolescente
la scienza del ladrone ha la fiamma ossidrica
eppure qui da me non serve affatto
da ultimo il manichino che m’inchioda
nicchia lo sguardo come se vedesse
11.
nel gesto del tuo fango si faccia primavera
l’arsione tutta di un breviario contro
12.
non darmi lutti né libertà
dal diario al consenso
di finalmente perdita
il dimorato anfratto.
l’elogio sul rampino
sanguina le grotte
nel giornale le lische
delle controvoglie di natale.
deserti di deserti ti amo scorto
13.
triste dea della palude prenditi
questa radura
amor terribile ti rese pazza
odio con scure ti arrischiò visione
14.
non avrò il consenso dell’alba
speleologo amore il tuo sussidio
15.
a furia di malesseri lo sguardo
ha sevizie col margine del cielo
dell’ora arcinota a terra sfocata
16.
ha turno ancora il male morto
le conchiglie frantumate veci di monete
la nettezza panica del caso certo
alunno consumato infante
fantoccio di sé senza tremore al nulla.
l’ausilio dell’antenna coma di vecchi
particolari nidi di coriandoli vederli
accanto al coro della venia in cantica
tic di altare contatto di frescura
17.







E’ sempre difficile commentare i testi di Marina: stanze brevi, terzine, a volte distici, quartine si susseguono, l’uno dietro l’alttro, in furia inanellata, come un giro di catene perfette, che asfissiano, che discendono in un labirinto sempre più opaco. C’è angoscia, urlata nella perfezione della parola, nella maestria altissima del verso; le immagini sono lampi che rinviano in un gioco di specchi centrifughi al “non-senso” e alla desolazione totale del mondo che non risponde alle attese, al dolore di chi interroga e patisce. C’è lo sgomento di una discesa, vera e propria “catabasi”, nel nulla che circonda. Come un’angoscia annidata nel vivente, ma sempre, sempre, passione, Di troppo amore per un mondo ingrato, Viola
mali malanni malesseri malfatti si susseguono in una cantilena allucinante, in una catena che alterna cristalli panici a nidi di coriandoli, gesti di fango a primavere, candore di resina a salsedine nera, male morto al consenso dell’alba, amor terribile a speleologico amore…
ma lo scandire monotono puntata dopo puntata non è neutrale, nonostante l’apparente distacco si percepisce in qualche passaggio rivelatore la presenza dell’io narrante che si racconta fin dalla prima strofa, per diventare protagonista assoluto nella parte finale, quando si esprime in modo antitetico prima nella angosciante indifferenza del ‘non darmi lutti né libertà ‘ poi nella rassicurante certezza di un ‘tic d’altare contatto di frescura’ che restituisce dignità e fierezza alla più degradata sofferenza…
Un girone che non tralascia la quotidianità come il sogno; girone che si perde e ti prende, ti aggira e ti coinvolge, sino al senso di perduta identità.
Michele
Davvero forti questi pensieri. Mi danno l’impressione di essere sezionata e mi riportano in ombre e certezze che mi accompagnano.
Luisa
ringrazio di vivo cuore per l’attenzione alla lettura di questo
limbo.