Fabiano Alborghetti legge Padano Piceno di Filippo Davoli


 

Mettendo in ordine la libreria – infinita – ritrovo tra i tanti libri che ho amato Padano Piceno che Filippo Davoli pubblicò nel 2003 per i tipi di Ged . Ora la casa editrice ha anche un sito internet
http://www.gruppoeditorialemarche.it/
che decisamente facilita la reperibilità dei bei volumi che pubblicano, specie nella collana di poesia.

Davoli è autore di più libri ed inserito (con 14 solitari) in 7 poeti del Premio Montale, (Crocetti editore 2002). L’ultima sua pubblicazione – a quanto sono rimasto – è Figure senza erbario (La spina editrice, 2005 –
http://www.laspina.info/
) .

E’stato, tra le altre cose,  co-fondatore della rivista Ciminiera e direttore. Un nome noto nel patrio panorama poetico, tanto noto quanto schivo e questa è una qualità che ancor più rafforza una poesia pacata, distesa e piena.

Padano Piceno è libro di luoghi, esistenti o immaginari, di riflessioni, d’armistizio anche, con un universo solo apparentemente “altro”: s’attesta su diverse quote sostenuto da un’ottima uniformità stilistica che pone ogni pagina come fotogramma e sintesi, dove i piani della realtà sono un’energia imprevista, frammenti di tempo sospeso  (ma com’è gialla la luce di questo tramonto / delicato e opprimente, com’è lontana / la tua voce che mi parlava…)

Tutto accade con naturalezza: il motivo centrale è l’antieroicità dell’accadimento osservato però con nitidezza (… io penso che ci si cerca per blandirsi / almeno un poco, sibilando come fa il neon / per la paura di spegnersi o per la gioia / di aver varcato il silenzio un’altra volta)

ed il bilanciamento avviene tra parentesi, allusivamente, tra astrazioni parsimoniose e progressioni. L’evidente pacatezza impressionista della tastiera linguistica di Davoli trova ampiezze – benché sobrie e rigorose – tra valenze evocative,  specie nelle pause, nelle cesure e nella partitura asciutta non scevra di ritmica (…La si vive / fianco a fianco, in rispetti che si ignorano / tra le altre specie in superficie, là / ogni frammento di esistenza vale / tutta la verità ) e punti di arrivo inerpicati nella soluzione verso una inversione alternativa, fortemente comunicativa e nuovamente d’esplorazione. Ogni poesia è – a dire il vero – un risultato di molti incontri situazionali e rivelatori. La capacità di Davoli è trasformarli in “racconti” in “situazioni”, con svolte solo apparentemente  impoetiche: come graffiti, graffi su di un muro. Ogni testo diviene qualcosa che deve esistere perché esistito prima di divenire testo. Privilegiato il percorso fedelmente aderente alla realtà, con mobilità di segni, di solchi da scoprire, di memorie, contatti, di incontri:

Ci diamo un appuntamento fittizio,

perché ciò che importa è sapersi già in viaggio

da una cornetta all’altra, a cerchio sul mondo.

In fondo il nostro è un incontro in volo:

un brulicare di pause, di fioriti silenzi.

Ci congiunge misterioso un fluire nel sogno.

Padano Piceno di Filippo Davoli  (GED Gruppo Editoriale Marche editore, 2003)

pp.71 -  Euro 8.oo

About these ads
Questa voce è stata pubblicata in Fabiano Alborghetti, Filippo Davoli e contrassegnata con , . Contrassegna il permalink.

5 risposte a Fabiano Alborghetti legge Padano Piceno di Filippo Davoli

  1. Non ho letto il libro però di Davoli qualcosa ho letto in giro su internet, e meno male che c’è internet altrimenti non avrei letto neppure quelle. E’ bello che un libro che hai amato ti è apparso dopo anni, come una persona cara che ha vissuto lontano e un giorno ritorna e tu aprendo la porta per recarti al lavoro in un mattino come tanti te lo trovi davanti, un tuffo al cuore, e poi ne parli ai colleghi: sapete….

  2. violaamarelli scrive:

    ogni frammento di esistenza/vale tutta la verità, e il fissare un appuntamento fittizio mi intrigano, vedo una screziatura di gnomico e di silenziosos candaglio, conoscevo queto autore di nome ma non i suoi versi che ancora, ovviamente, mi rimangono ignoti ma li cercherò, grazie ad Alborghetti della segnalazione, Viola

  3. “… io penso che ci si cerca per blandirsi / almeno un poco, sibilando come fa il neon / per la paura di spegnersi o per la gioia / di aver varcato il silenzio un’altra volta”

    Bellissimo questo verso che raccolgo dalla tua segnalazione.
    Ciao Mapi

  4. Blumy scrive:

    dovrei avere sia un’antologia in cui compare Filippo Davoli (e Alba Donati e altri poeti ‘giovani’ ) sia un suo libro, forse proprio Padano piceno, non sono sicura perchè qui cercare un libro , o qualsivoglia altro oggetto , è un’impresa da certosini e/o da santi.

  5. Conservo tra i miei file questa bellissima poesia di Filippo Davoli che ho ritrovato oggi pomeriggio archiviando alcuni file. E’ così bella che non potevo non trasciverla. Bella nella distensione del dire, nella malinconia del manifestarsi, nell’amore per la vita che sottende.

    *

    Poemetto dell’alba

    Sono fermo nell’alba, in quest’assenza
    totale di rumori e di coscienza.
    Fermo su me, palpandomi le maniche
    all’altezza del gomito, stringendomi

    un po’ più in me, come sul ciglio del mondo.
    Davanti ho il mio crocifisso di piombo,
    l’inchiodato fratello che resiste
    immacolato in quest’alba di pietra.

    Non sale il rosa, non il vento leggero
    che bruma l’aria e alleggerisce l’ora.
    Solo il mio struggimento di sasso
    varca il buio. E ci sono senza esserci.

    O forse mai così in me, mai così vigile
    ora che si concretano le parole
    e i sogni prendono corpo, e le visioni
    allucinate si fanno di carne.

    Io sto nell’alba come sto nella vita:
    fermo su me in attesa del giorno,
    guardando scorrere un ruscello qualunque
    sotto di me, portarsi via le illusioni.

    Io sto con le parole che non si posano
    oltre l’abbaglio di un miraggio lontano
    che sembra farsi accanto ma sparisce
    anche quando non fa tremare nulla.

    Io mi bagno nel nulla di una certezza
    impropria, fatta soltanto di memoria.
    Devo sguarnirmi del cuore, fissarmi soltanto
    in ciò che sembra, in ciò che appare e sembra

    vero, sembra consistere. Io vivo
    oramai come l’ombra di una pianta
    incapace di muoversi o restare.
    Ferma nel suo destino come in un limbo

    perché a slanciarsi trova la corrente.
    Fare tutto del niente, approfittare
    di una consolazione inesistente,
    di una provvisiora verità.

    Io so che all’alba si conosce l’aria
    che approssima il mattino e i suoi colori.
    Se qui l’aspetto dovrà giungere, credo.
    Oppure, se non giunge, aspetterò.

    Io di qui non mi muovo, anche se penso
    che muoversi o non muoversi non muta
    la storia, se poi il cuore immacolando
    vibra solo su sé, sperso nel cielo.

    Quante albe e misteri ho conosciuto…
    da qui, senza volerlo si scopre l’urto
    che inceppa l’universo, e le precarie
    stabilità degli uomini. Da qui

    per l’erba o lungo il ciglio della strada
    s’affretta lesto il topo al nascondiglio,
    perché l’alba è alle porte. S’apre l’ala
    del colombo e la serpe un po’ s’acquatta.

    Tutto si muove, intorno a me nell’alba.
    E tutto tristemente piega e cade.
    Se qualcuno gridasse, almeno potrei
    da qui lanciare un urlo di risposta,

    o una mano protendere, tentando
    un abbraccio che superi il saluto,
    una presa che regga. Da qui potrei
    dare segni di vita, dimostrare

    almeno a me che qualche cosa tiene.

I commenti sono chiusi.