Assunta Finiguerra: la parola come lavacro di purificazione – di Maria Pina Ciancio
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Assunta Finiguerra, Scurije, Collana Il Graal, Edizioni Lieto Colle, 2005
E’ una poesia in dialetto lucano sanfelese, quella di Scurije, legata al parlato, al respiro, alla cadenza della musica, filtrata dal linguaggio della visione e del mito.
La parola di Assunta Finiguerra è immediata, primordiale, ed esplode lavica dal foglio: è “il bisogno di un secchio d’acqua” , è la bestemmia a “Cristo e la Madonna”, è lo “squartare coi denti”, “ingoiare sale con l’imbuto”.
Pulsa nelle vene e nelle tempie con l’ardore che ha il fuoco sotto la cenere (“re ffuoche de l’Inferne”), soffia e sbatte dentro l’otre scuro e cavo del petto, talvolta con ferocia corale, talvolta monocorde, talvolta placandosi un po’ “sapisse che stanchezze tenghe a notte/ quante l’àvetje dòrmene sope e penziere/ e a lune sembe eterna curriére/ caresce luce da nu ciele a l’àvete” (sapessi che stanchezza ho la notte/ quando gli altri dormono sui pensieri/ e la luna sempre eterna corriera/ trasporta luce da un cielo all’altro). Senza pudore, graffiando e scalfendo labirinti di solitudine, tirando fuori demoni e fantasmi che la abitano. Contaminando. Identificando. Evocando. Plath, Cvetaeva, Teskova, Rosselli “quanne venghe preparateme nu liétte / nde pozze dorme tranguille e aspette / u juorne d’u giudizzje aunite a vvuje” (Amelia e Anna, Marina e Sylvia/ quando verrò preparatemi un letto / che possa dormire tranquilla e aspetto / il giorno del giudizio insieme a voi).
Uno scavo asciutto e spietato nel furore della storia, in una selva multiforme di topos e immagini, riconosciuti e riconoscibili del nostro Sud più arcaico.
Un viaggio nei labirinti dell’oscurità (scurije) fatto di autopunizione ed espiazione “m’aggia appecà a l’albere de Giude” (mi impiccherò all’albero di Giuda), “m’hanna arse pecchè ere na mascijare” (mi hanno bruciata perché ero una strega), “me trove nda re ffuoche de l’Inferne” (mi trovo dentro il fuoco dell’inferno), “inde o cuambesande d’i dannate” (dentro il cimitero dei dannati), “m’hanna accise a sere de natale/ nda na chiazze crocefisse da i viénde” (mi hanno uccisa la sera di natale/ in una piazza crocifissa dai venti), un ritmo tamburato e teso, dove le parole stesse diventano un lavacro di purificazione “il rifugio di un guscio di noce”, “una tenda come sipario”, in cui placare la collera e la rabbia, la “frenesia che non dà pace”.
Scurije è un libro forte, dove pulsa tutta la corposità e la naturalità del dialetto lucano, la primigenia esperienza, la regressione arcaica di un dire che ha corpo, sangue e nervi, in cui tutto è diretto e frontale “o vita guardami in faccia”, “ho il vizio della vita come i gatti”.
Una poesia lavica e viscerale “una estrema dichiarazione di vita alle porte della morte” –scrive la poetessa di San Fele sul senso della poesia–“conforto al mio cuore in guerra per non avergli saputo dare il mondo”.
Assunta Finiguerra di San Fele ha pubblicato le raccolte Se avrò il coraggio del sole (Basiliskos 1995) in lingua, Puozzė Arrabbią (La Vallisa 1999) Rėsciddė (Zone editrice 2001) in dialetto sanfelese, Solije (Zona editrice 2003), Scurije (Lieto Colle 2005), ottenendo diversi riconoscimenti letterari, tra cui il primo posto al concorso «Giuseppe Jovine», Premio Nazionale di Poesia Dialettale Giacomo Floriani, il premio «Lanciano», di cui è stata finalista, e il «Città di Trento», con una menzione speciale.
Suoi testi poetici sono apparsi su Pagine, Periferie, Poesia, Lo Specchio, L’Area di Broca, Capoverso, Ciemme, Gazzetta Ufficiale Dialetti e in diverse antologie tra le quali: Nuovi Poeti Italiani a cura di Franco Loi, Einaudi Editore.
E’ stata recensita su Il sole 24 ore, Nuova Antologia, La Vallisa, Nuova Tribuna Letteraria, Incroci, Vernice, Il Segnalė, Il Cristallo, Capoverso, Atelier, Poiesis, Lunarionuovo, Gradiva, Polimnia, l’Altrareggio, Bari Sera, Sìlarus, L’Immaginazione, Forum Italicum… Nel 2006, all’Università la Sapienza di Roma, Alessia Santamaria ha discusso una tesi sulla sua poesia, relatore Ugo Vignuzzi.
Maria Pina Ciancio





Una recensione che sa appassionare, una autrice che mi attira molto.
scabra e intensa come la sua terra è la parola appassionata della Finiguerra, grazie a Maria Pina per la bella proposta, Viola
Grazie Domaccia e Viola.
Alcuni versi di Assunta sono già segnalati sul link della lietocolle nell’articolo, altri li troverete qui:
http://www.emt.it/broca/broca77/finiguer.html
Sono da leggere, vi assicuro.
Mapi
brava,Mapi : vado sul sito a leggerle.
Bene, Mapi! Hai reso appetibile un testo che non tutti avrebbe attratto ..perché in dialetto locale. Te ne sarà grata l’autrice
da tempo mi incuriosisce la Finiguerra perchè scrive in dialetto ma ho sempre rimandato la conoscenza, dopo la tua bella lettura mi sa che non rimando più. antonella
@ Grazie Blumy e Rina. Le poesia in dialetto sono belle soprattutto da ascoltare per la musicalità che questa lingua arcaica conserva da sempre, ma quelle della Finiguerra sono forti anche nella lettura e nella traduzione.
@ Antonella, la tua curiosità non si smentisce, Assunta oltre che una brava scrittrice, è una donna di una spontaneità e di una semplicità straordinariamente disarmante.
allora è una bella donna?
Ho avuto il piacere di conoscere Assunta personalemente in occasione di un una manifestazione organizzata dall’editore Camilliti (Lietocolle).
Colgo l’occasione per salutarla.
Grazie maria pina per questo omaggio che le hai reso
Cara Margherita, Assunta vi abbraccia e vi ringrazia tutte. Usa poco il PC, ma sa di essere qui in compagnia di tante brave belledonne.
Un bacio Mapi