“Il Pellicano” di Marino Orsoni (IV° e ultima puntata)
Alle cinque in punto, il soggiorno dello yacht era già affollato. Non mancava nessuno, e tutti aspettavano dal commissario le parole che si preannunciavano importanti, forse decisive. Corsi abbracciò con un’occhiata panoramica i singoli presenti, poi cominciò:
“Signori, vi ringrazio della vostra disponibilità e pazienza. Temo, infatti, che il discorso che sto per farvi sarà piuttosto lungo…”
I sei si scambiarono occhiate interrogative. Corsi riprese:
“D’altra parte la verità – proprio perché semplice – ha spesso bisogno di vari chiarimenti e purtroppo, in questa circostanza, di amare riflessioni. Intanto vi dico subito che il caso è risolto.”
Un brusio di meraviglia si diffuse per la stanza.
“Dovreste esserne felici, visto che amavate molto la vittima. Dovrei esserlo anch’io: in fondo, il mio compito stava proprio nello scoprire chi aveva ucciso la principessa.”
“Abbiamo la matematica certezza che si tratti di un omicidio?” intervenne il duca, maneggiando nervosamente il suo bastone.
Corsi sorrise amaro:
“Signor duca, perdoni la franchezza. La sua domanda, oltre che inopportuna (lei sa cosa voglio dire), appare tragicomica: è ben difficile che una persona tenti di strangolarsi da sola e – prima di morire – si levi le mutande e le faccia sparire chissà dove.”
Nuovo mormorio in sala.
“Ma torniamo all’inizio. Dovrei essere contento di aver risolto il caso, e invece – ve lo confesso – questa vicenda mi ha lasciato una profonda tristezza. Ho scoperto, infatti, il lato più miserabile di ciascuno di voi.”
“Come si permette?” saltò su il conte Alvise.
“Lei conosce già la risposta” lo gelò Corsi. “Ma gradirei da lor signori un maggiore autocontrollo. Il discorso è lungo – come vi dicevo – e ho bisogno di non essere interrotto, per evitare di perdere il filo. Tutti voi, tranne uno, avete sbandierato il vostro affetto profondo per la principessa, e il vuoto incolmabile che lasciava in voi la sua mancanza. Ebbene, avete mentito.”
I nobili trattennero a stento la loro indignazione. Corsi ricominciò, dopo un lungo sospiro:
“Ma andiamo con ordine. Ieri, quando ho visto la vittima, sono rimasto colpito dal suo pallore e dalla sua magrezza. Eppure la principessa era un’ottima forchetta, come può testimoniare il qui presente Habibi, cuoco di bordo.”
Habibi arrossì dalla testa ai piedi.
“Perché – mi sono chiesto – la vittima nell’ultimo periodo non mangiava quasi più nulla? Era forse ammalata? L’autopsia lo esclude. E allora? Ho dovuto concludere – col valido aiuto del nostro Habibi – che qualcuno le impediva di nutrirsi a sufficienza, portandole via il piatto appena assaggiato. Il solerte Tannich, nostromo tuttofare, ne sa qualcosa. Non è vero?”
Tannich, chiamato in causa, rimase a bocca aperta come un pesce fuori dall’acqua.
“Non occorre che si disturbi a rispondere, signor Tannich” gli disse – con ironia – il commissario.
“Ho scoperto – sempre in collaborazione col cuoco di bordo – che Tannich non agiva solo per suo conto. Eravate tutti d’accordo nel voler ridurre la povera Leonina ai minimi termini. Con quale scopo? Volevate ottenere da lei qualcosa che non vi aveva ancora concesso. Più avanti sapremo che cosa. L’avete ridotta quasi pelle e ossa, sperando di fiaccare la sua volontà e di vincere la sua resistenza. Ma Leonina teneva duro, nonostante tutto. Allora siete passati a maniere più forti.”
“Lei mi sta mettendo indegnamente nel mucchio” osservò piccata la duchessa. “Non posso permetterlo.”
“Mi dispiace per lei, cara signora, ma dovrà farlo. L’ho già detto all’inizio: siete tutti colpevoli, meno uno.”
Altro brusio. Corsi reagì quasi con rabbia:
“Basta interruzioni, fatte – immagino – per confondermi le idee. Adesso ascolterete e basta. Sono stato chiaro?”
Qualcuno chinò la testa, come un bambino scoperto in flagrante. Habibi cominciò a piangere, in silenzio.
“Parlavo delle maniere forti; voi le conoscete meglio di me: minacce, ricatti, tentativi di plagio. Ma la principessa non cedeva. Per forza, volevate ridurla sul lastrico, farle modificare il testamento in vostro favore, impadronendovi così di tutte le sue ricchezze e di questo yacht…”
“La barca è mia!” urlò il duca.
“Non mi faccia ridere” rispose Corsi, e continuò:
“La principessa era molto ricca, e questo lo sapeva chiunque. Era anche single, e perciò qualcuno provò pure la strada del rapporto sentimentale. Non si sa mai… Lei era affascinata notoriamente dagli uomini muscolosi, e Martin…”
Il pilota cercò di reagire, ma il commissario lo fulminò con un’occhiata.
“Martin riuscì a conquistarla. Divenne il suo amante fisso, il che scatenò la gelosia del conte, l’amico d’infanzia che non aveva mai smesso di corteggiarla. Senza risultato, anche se lui afferma il contrario. Il duca non amava Leonina, ma esercitava un indubbio carisma su di lei. La consigliava spesso, e le suggerì l’acquisto della barca, sperando di impadronirsene, prima o poi.”
“Questo è troppo!” si indignò Giuseppe Maria Orsetti.
“Stia zitto, che è meglio” lo freddò Corsi.
“Stavo dicendo della barca. Nei colloqui avuti con voi, pareva che ne fossero padroni tutti e nessuno, il che era impossibile. Una telefonata al notaio mi ha confermato che lo yacht apparteneva a Leonina. E allora, perché quelle affermazioni contraddittorie, quelle subdole insinuazioni che vi palleggiavate l’un l’altro, quelle reciproche maldicenze gratuite? Ieri sera, finalmente, l’ho capito: tutto faceva parte di una tacita alleanza, tutto serviva a confondermi le idee, a imbrogliare le carte, a rendere molto difficile la mia indagine. Siete stati gli attori (dilettanti, per fortuna) di una commedia grottesca, senza rispetto per la defunta ancora nella sua cabina, e per il mio lavoro. Avete sporcato la memoria della principessa nel tentativo – fallito – di crearvi un alibi collettivo. E se avete mancato il bersaglio, è anche perché uno di voi ha tradito la santa alleanza.
“Il nome, il nome!” urlarono insieme Martin e Tannich.
“Lo conoscerete fra poco. Ancora un po’ di pazienza. Dal quadro che vi ho esposto (per sommi capi, ve lo assicuro) emerge un’umanità fredda, cinica, miserabile appunto. Non trovo aggettivo migliore di questo. Mi vergogno per voi: per invidia, gelosia, avidità non vi siete fermati davanti al ricatto, alle minacce, alla corruzione; avete mentito, depistato, accusato ingiustamente, forti della vostra determinazione e presunta unità. Vi siete condannati da soli. O meglio, un traditore ha smascherato tutti voi.”
“Ancora con questo traditore!” si inalberò il duca. “Lei ha parlato, parlato, ma non ha offerto uno straccio di prova concreta. Chi vuole che le creda?”
“Proprio lei, duca” replicò il commissario “proprio lei mi parla di prove? Lei che le tiene in mano in questo momento?”
Giuseppe Maria Orsetti abbassò gli occhi, a contemplare il suo bastone. Quando li rialzò, il suo sguardo era incredulo e disperato.
“E ora, caro il mio duca, vuole per gentilezza consegnarmi il suo bastone?”
“No. Le ho già detto che non lo cedo a nessuno” brontolò rabbiosamente il duca.
Corsi era calmissimo.
“Dovrà farlo. Altrimenti sarò costretto a usare la forza.”
Alla fine, rassegnato, il duca affidò il prezioso cimelio al commissario.
“Grazie, molto gentile. E adesso, signori miei, ruberò per qualche minuto il mestiere ai prestigiatori.”
Detto questo, Corsi impugnò il bastone alle due estremità e – tirando con forza – lo aprì. Come per magia, il manico si trasformò nell’impugnatura di una minuscola pistola, prima celata all’interno.
“Ecco l’arma del delitto, che porta – naturalmente – solo le impronte del duca. Dunque, è lui l’assassino.
“Che cosa l’autorizza a credere che sia stata questa pistola a…” insinuò il duca.
“Il calibro” replicò il commissario”il calibro, piccolo e molto raro, dell’unico proiettile trovato immerso nel cuore della vittima. Corrisponde perfettamente a quest’arma.”
“Il mio bastone è sempre con me. Quando ha potuto scoprirne il segreto e analizzare la pistola?” insisté il duca.
“Il primo sospetto” gli confidò il commissario “lo ebbi quando (si ricorda?) urtai il suo bastone e lo feci cadere a terra. Per il colpo, il cimelio si era aperto in due e io, prima di riaffidarglielo, potei darci una rapida occhiata. Per quanto riguarda l’analisi del calibro – effettuata necessariamente in fretta – le risponderò più tardi.
Il duca, perciò, è l’esecutore materiale dell’omicidio; ma tutti gli altri – sia chiaro – vanno considerati suoi complici.”
“Come fa a dirlo con tanta sicurezza?” lo provocò il conte Alvise.
“Noto che lei non vede l’ora di farsi incriminare. L’accontento subito. In realtà, non avevo finito di fare il prestigiatore.”
Corsi riprese in mano la parte bassa del bastone, cava all’interno. La capovolse, e ne uscì un temperino.
“Ecco, signor conte, la prova che la riguarda personalmente. Su questo coltellino leggo le iniziali N.H.A.U.D.R., nobiluomo Alvise Ubaldi di Rivapiana. Dunque l’oggetto le appartiene. E con esso ha voluto sfregiare il ventre della vittima, come per un rituale e per sfogare la sua gelosia.”
Il conte sgranò gli occhi per la meraviglia:
“Ma quel coltellino doveva…”
“… essere finito in fondo al mare, non è così? E scommetto che della sparizione si era incaricato l’esimio duca qui presente…”
La faccia di Giuseppe Maria Orsetti stava diventando sempre più scura.
“Ma” riprese Corsi “il duca, che tutti voi conoscete come un campione di onestà, ha preferito conservare la prova. Non si sa mai, poteva servirgli in seguito, per ricattare il conte.”
“Maledetto” sibilò Alvise di Rivapiana.
“Questo, però” proseguì Corsi “è solo il primo esempio. Continuiamo a verificare il contenuto del bastone.”
Stavolta dal cimelio uscì un meraviglioso collier di brillanti e rubini.
“La mia collana!” gridò Clara Lopez Castillo.
“La “sua” collana? No, cara duchessa, lei finge di sbagliarsi, ma sa bene che questo collier apparteneva alla vittima. Anzi, per questo gioiello (ma non solo) lei ha collaborato all’omicidio e ha simulato lo strangolamento della principessa, forse per confondere le idee. Però lei ha poca forza e mani piccolissime, le uniche a poter lasciare quei segni blu sul collo. Dopo il delitto, lei ha messo in salvo il gioiello nella sua cabina, ma il duca…”
“Verme!” esclamò Clara, col viso infiammato.
“Se i signori permettono” riprese Corsi “continuerei il gioco del prestigiatore. Voilà!”
Nelle mani del commissario apparve un paio di slip femminili.
“Queste sono le mutande della vittima. Infatti portano le sue iniziali, N.D.L.L.D.T.: nobildonna Leonina Leonini di Torresghemba. Voi patrizi siete proprio vanitosi. Ad ogni modo, la vostra ambizione mi ha aiutato molto, in questo caso. Tornando alle mutande, esse dovevano costituire il premio promesso al nostromo per la sua complicità. Come faccio a saperlo? Semplice. La cabina di Tannich Jamel è piena di slip femminili. Tutte conquiste personali, signor Tannich?”
Il nostromo preferì non rispondere. Ma aveva una curiosità da soddisfare:
“Come è entrato nella mia cabina?”
Il commissario rispose con una domanda:
“Ha mai sentito parlare di passe-partout? Ma torniamo al giochetto di prima: ecco un’altra sorpresa!”
Dal bastone emerse una pallina di carta. Corsi la svolse e lesse:
TI COLPEVOLI MENO HABIBI
firmato Leonina
“Ecco la riprova del vostro complotto. La principessa, avendo capito di essere in pericolo di vita, aveva scritto rapidamente questo atto di accusa, e lo teneva stretto in pugno. Il duca glielo ha strappato, ma il pezzo iniziale, con la scritta TUT, è rimasto fra le dita della vittima. Soddisfatti, ora?”
Nessuno osò replicare. Qualcuno accennava ad alzarsi dalla sedia. Corsi lo trattenne:
“Un momento. Non è ancora finita. Manca il pezzo più pregiato della collezione.”
Con una certa fatica, il commissario estrasse dal fondo del bastone un documento arrotolato per bene.
“Questo doveva essere il nuovo testamento della principessa, che lei avrebbe stilato volente o nolente. Infatti inizia così:
“Io, Leonina Leonini principessa di Torresghemba, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali e senza alcuna costrizione, dispongo quanto segue: tutte le mie proprietà immobiliari, i titoli bancari, i conti correnti italiani e quelli esteri, lo yacht “Pellicano” e qualsiasi altro mio avere, compresi i gioielli di famiglia, alla mia morte saranno assegnati – in parti di uguale valore – ai signori qui sotto elencati:
Nobiluomo Alvise Ubaldi, conte di Rivapiana
Nobiluomo Giuseppe Maria Orsetti, duca di Pratoinfiore
Nobildonna duchessa Clara Lopez Castillo, moglie del suddetto duca
Martin Kelly, pilota navale
Tannich Jamel ben Mbarek, nostromo
In fede
“Qui doveva seguire la firma autentica, ma la principessa, pur di non apporla, ha preferito morire.”
Un’atmosfera cupa seguì alle ultime parole del commissario, che forse si aspettava qualche obiezione. Ma nessuno osò fiatare. Allora Corsi disse al duca:
“Le devo ancora un paio di chiarimenti. Oggi quando, finito il pranzo, ognuno si è ritirato nella sua cabina, io ho atteso che tutti dormissero, e poi ho utilizzato il passe-partout per ispezionare le varie stanze. Nella sua, sono rimasto un tempo abbastanza lungo: dovevo esaminare il contenuto del bastone e confrontare il proiettile con la pistola.”
“Ma io ho il sonno molto leggero…” cercò di obiettare il duca.
“Lo sapevo. Tuttavia, per questo è stato sufficiente un po’ di sonnifero nella minestra. Non è vero, Habibi?”
Il cuoco fece l’occhiolino e sorrise appena.
FINE






immaginavo che il bastone c’entrasse qualcosa ma non capivo cosa! carinissimo e gustoso. Quando ce ne farai leggere un altro? antonella
Una parte finale di classe come nei classici del giallo.
Mi è piaciuto leggerti e spero di avere altre occasioni. Complienti.
Michele
Che dire? Sono felice che il racconto vi sia piaciuto.
Per quanto riguarda “altre occasioni”, andrò a cercare nel mio archivio personale…
La lettura di questo giallo è stata intrigante e piacevole. Ho gradito la scena finale della presenza di tutti componenti dell’equipaggio. Delizioso!
Luisa
Ho gustato moltissimo questo piatto ‘giallo’ cucinato con sapienza da Marino. Spero anch’io in una prossima occasione
Grazie, troppo buone. Mi sento come un gatto accarezzato per il verso giusto…
Un racconto giallo classico che ho letto tutto con piacere. Sandra
Il piacere è anche mio, Sandra. Grazie