“Paradise lost” di Marina Raccanelli

2007 Luglio 30
by marinaraccanelli

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PARADISE LOST – The first Roma Pavilion

Palazzo Pisani S. Marina (piano nobile) | Venezia | Cannaregio 6103 | Calle delle Erbe

Molti anni fa, questa parte di Venezia per me era luogo di passaggio quotidiano: abitavo in Calle della Testa, e portavo spesso i miei bambini a giocare in Campo S.Maria Formosa. Oggi i miei non più bambini abitano a Mestre, ed io mi sono trasferita vicino alla stazione. Ma da Rialto (zona frequentatissima) a S.Marina, campo vicino a S.Maria Formosa, ci sono soltanto “due calli e callette” – come si usa dire qui – ed ecco che, questa mattina, mi ritrovo a riempire il tempo con una passeggiata svagata su questi “masegni”, battuti nei secoli da tanti veneziani e tanti stranieri.

Proseguo per la Calle del Cristo e, non appena comincio a salire i gradini del ponte omonimo, una sorpresa mi aspetta: la vetusta superficie screpolata del Palazzo di là dal canale (Palazzo Pisani S.Marina), non è adorna solo dalle abituali finestre gotico-moresche, ma anche da un enorme stendardo, che copre quasi tutta la superficie del piano nobile con sgargianti papaveri e girasoli stilizzati, color arancio, e foglie verde-marcio su fondo nero. Un’improbabile tappezzeria per mascherare i segni del tempo? No, la risposta è un’altra ma sibillina, e sta nelle parole a caratteri cubitali sopra e sotto la tappezzeria: “Paradise lost” e “The first Roma Pavilion”. Una scritta più piccola fa capire che l’inziativa fa parte della Biennale di Venezia 2007.

Attraverso due ponti, faccio un giro intorno al grande palazzo, ed entro dalla parte della Calle delle Erbe: le scale, intonacate di fresco, sono ricoperte da un soffitto con bellissimi stucchi allegorici dai teneri colori pastello. Salgo due, tre rampe: i gradini sono ripidi, come in tutte le vecchie case veneziane, ma un corrimano in ferro battuto mi accompagna ed aiuta. L’atmosfera elegante è ben presto spezzata da un tocco un po’ folle: una tenda in vecchio damasco azzurro strappato, drappi buttati con nonchalance lungo il muro e decorati con nastri fioriti. Entro nella prima sala ed un filmato girato in Inghilterra mostra, attraverso interviste prive di commento, l’atteggiamento di alcuni giovani inglesi nei riguardi delle popolazioni nomadi, altrimenti chiamate “zingari”, “zigani”, “gypsies”, “Sinti”, “gitani”, o in altre maniere; i curatori della mostra hanno scelto il termine “Roma” ( corrispettivo a quello in uso in Italia “Rom”) in quanto considerato non spregiativo, come altri per secolare tradizione, e quindi politicamente corretto. Nel filmato si sentono ripetuti cori con insulti verso i Rom, in uno stadio; le interviste si concludono con la voce di una ragazza che, alla domanda su quali problemi le pongono queste persone, risponde: c’è un unico problema, che esistono. Altri ragazzi avevano risposto di non avere problemi con tutti gli zingari, ma solo con quelli che rubano.

Questa prima sala è dominata da un magnifico lampadario di Murano sui toni del rosa, evidente patrimonio del Palazzo, e da un’installazione che accoglie il visitatore come un grido silenzioso: sul muro, un enorme mantello di velluto nero apre le ali dietro una serie di sbarre metalliche, come un pipistrello inchiodato dai numerosi pugnali di un lanciatore di coltelli impazzito.

Si chiama “Il pipistrello nero” ed è opera di Kiba Lumberg: la stessa autrice (Roma women in Finland) presenta, nella seconda sala, una serie di gouaches molto colorate, con tipici personaggi: uomini e donne intenti ad attività domestiche o ricreative, tutti in movimento, in pose sospese, fuorché un uomo che è caduto a terra, accoltellato, ma ancora si contorce; ci sono slitte e panni al vento, lettere che cadono dal cielo e cavalli, ma soprattutto grandi uccellli bianchi, dappertutto, in volo, uno è cavalcato da una specie di angelo – ma forse è un bambino rom come vorrebbe essere –un uccello è caduto colpito da una freccia, ed un uomo lo calpesta senza pietà. Secondo me, il quadro più bello di Kiba rappresenta un essere asessuato, con gli occhi serrati sotto pesanti palpebre ed i capelli nerissimi drizzati in su; la sua pelle è scura ed ha bianche ali ripiegate; sullo sfondo di un rosso denso e cupo, in alto a sinistra sta volando via un’elegante ala d’oro puro. L’essere ha un aspetto imbronciato e ribelle: vinto ma non domato.

La seconda stanza stupisce ed attira per una variopinta serie di oggetti, richiusi in una vetrina oppure riversi a terra: cartoline quadretti bamboline e pupazzi in plastica bambole di stoffa scatole scatoline quaderni fogli ricami immagini religiose nani disneiani…il più sconcertante eppure fantastico kitsch, con un unico denominatore comune, il soggetto o l’ispirazione o comunque un richiamo alla tradizione, al pregiudizio, alla vita dei Rom. Accanto ad un angelo di plastica con la bocca a cuore, una grafia infantile stesa su una pagina di quaderno a righe avverte: “you never should play with the gypsies”.

Sono opere di Delaine Le Bas, donna e rom che vive a Worthing, in Inghilterra; la sua produzione straripante e fiabesca si estende lungo altre stanze e mura di questo palazzo, sotto forma di quadri in stoffa lucente ricamata con inserti di strass, colori squillanti, personaggi naïf o minacciosi, bambini, paesaggi, policemen, cavalieri e teschi (naturalmente, in paillettes). Delaine è una bellissima donna, ed appare in una foto accanto al marito Damian, che porta con disinvoltura un paio di basettoni alla Elvis. Lei confeziona bambole senza vestiti, il lungo corpo profilato con fini ricami appeso al muro, tristemente. Hanno anatomie di lustrini angeli cuori e corone. Lui dipinge acrilici con colori elementari e personaggi complessi, contornati da un segno nero: chimere dai grandi occhi all’ingiù, esseri plurimi, con capigliature ricce e grandi cappelli; teschi pistole e coltelli sono sospesi sullo sfondo, insieme a simboli del denaro, e soli che piangono.

In un’altra stanza, Damian ha maniacamente riempito le carte geografiche d’Europa e dell’India con grandi visi dagli occhi orientali – quasi icone tratte da un tempio indù – ed ha chiamato il tutto “Gypsiland”. Opera di appropriazione fantastica, là dove altri si proclamano legittimi proprietari.

Oggi i Roma sono qui, domani più in là; “the world is a ghetto”, l’India è chiamata Motherland, ed anche la mappa di Venezia è coperta con il pennarello da grandi occhi di “zingali”.

Altre installazioni fantastiche ed ironiche di Delaine si possono scoprire arrampicandosi, con la dovuta cautela, fino alla soffitta del palazzo, su per un paio di ripide scalette di legno: la soffitta, buia e soffocante, messa in sicurezza in modo appena passabile, sotto gli spioventi del tetto ospita, dentro alcune cavità recintate, i mondi di bambole oggetti accatastati stoffe ricamate di Delaine. In una sorta di fiaba rovesciata, accanto ai sette nani con Paperino buttati per terra c’è un quadro: rappresenta un cavaliere vestito da Robin Hood, ma sopra di lui appare la scritta: “He is not going to rescue you”.

A questo punto vedo che non riesco a seguire uno schema logico, né a condurre con me per mano, stanza dopo stanza, il mio compagno di visita virtuale. Per quanto organizzato e sostenuto da tre fondazioni culturali, lo spirito Rom rompe gli schemi molto più di tante, ormai stanche avanguardie e postavanguardie, che espongono i loro pretenziosi parti concettuali in molti musei di tutto il mondo. Gli artisti Rom dipingono, ricamano, intagliano il legno (Mihaela Cimpeanu), levigano la pietra, piegano il ferro (Marian Petre) e costruiscono installazioni nelle maniere più svariate, oltre ad esprimersi attraverso la fotografia e filmati video o DVD; ciascuno con la sua peculiare personalità, eppure con il denominatore comune di una vitalità eccezionale, da fra impallidire gli sforzi (spesso estenuati, a volte volutamente (?) squallidi) di molti artisti (o sedicenti artisti) non Rom. Un fondo costante ed oscuro di tristezza esalta anziché spegnere i colori Rom; un’ingenuità primordiale accompagna la sapienza tecnica, in alcuni casi davvero eccezionale.

L’esempio maggiore di pittore “classico” è István Szentandrássy, ungherese, allievo di Tamas Pèli e leader di una scuola di pittura nel senso tradizionale del temine. I suoi grandi, a volte monumentali quadri ad olio si trovano nella stanza centrale di Palazzo Pisani, parzialmente oscurata da pesanti tendaggi e con le pareti rivestite di tappezzeria rosso scuro.

I colori di questo pittore sono pastosi, le sue tele gremite da figure mitiche che si abbracciano fra loro o ti guardano con l’occhio fisso e sguardi scuri, intensi – ma non sai che cosa in realtà vedano. Ci sono donne e uomini vestiti con sontuosi abiti di epoche trascorse, toreri, cavalli con ali, donne simili a regine; quasi tutti gli uomini hanno un tipico cappello in testa, e fieri baffi neri; nel quadro più grande il personaggio centrale ha un volto tragicamente emaciato, tratti asiatici e grandi ali ancora tese, eppure già ripiegate.

Molti di questi quadri possono essere visti in chiave di racconto, dal soggetto mitico o letterario.

Daniel Baker, Rom inglese, è un tipo completamente diverso: si serve di specchi, vetri lucenti, screpolati oppure opachi per ottenere, attraverso godibilissime decorazioni a spruzzo, stampa o pennellate colanti alla brava, effetti diversi, cioè di pura osservazione e divertimento (fiori, roulottes, galletti), oppure sarcastici e destabilizzanti (lo specchio con la scritta in oro:”this is shit”).

Anche nella sua stanza ci si muove con curiosità ed ammirazione; lo stesso autore ha riempito un corridoio con segnaletiche in legno dai minacciosi ed ossessivi avvertimenti: “No entry”, “No admittance”, “Private”, “No travellers”, “No trespassing”.

Se invece volete proprio ridere, ma di cuore, basta che vi fermiate davanti alla Barbie di András Kállai, con il suo straripante corpo piramidale da Venere preistorica, tutta natiche e seni penduli, ed in cima la minuscola perfetta testolina da bambola chic: il voluto incontro di due idoli è choccante, fa riflettere ma anche divertire. András, che ci osserva da una foto serio serio, nascondendo la sua ironia sotto baffi molto ungheresi, usa la terracotta, la plastica ed altri materiali; oltre, naturalmente, alla materia prima essenziale, uno spirito d’innovazione, che sa, con materiali poveri, ottenere risultati inventivi sorprendenti.

E poi c’è Gabi Jimenez, che sorride incrociando le braccia tatuate ( ma questo non è un dettaglio strano, al giorno d’oggi): ha i capelli annodati in una coda di cavallo, barba e baffi nerissimi, un’aria cordiale. Si può fare conoscenza con lui anche sulle pagine del catalogo della mostra, offerto gratuitamente ai visitatori.

Gabi si chiama anche François oppure Xavier, e di cognome fa anche Lopez: dipende da dove sua madre ha scritto il nome nei documenti ufficiali, spiega. I suoi genitori sono spagnoli ma lui ed un suo fratello sono nati in Francia; nella sua anima c’è il flamenco, si esprime con la musica ed il colore. In passato, ha avuto qualche guaio con la polizia, ma ora ha messo la testa a posto, vive per la sua famiglia e vive di arte.

E’ perfino membro di un’associazione che aiuta ad integrarsi le persone in difficoltà, e scrive articoli per diversi giornali. Tuttavia, insiste che per lui, come per qualunque altro nomade, il senso del tempo non esiste ed anche quello dello spazio è del tutto particolare.

Una roulotte stilizzata dai colori squillanti e contornata da un netto segno nero è il suo logo, ed anche quello della mostra “Paradise lost”. È il marchio dei “travellers”, i nomadi.

E Gabi dipinge la loro vita come la vede e la ricorda da sempre, con affetto e con colori essenziali che si ispirano alla tecnica del vetro “cloisonné”: le vetrate delle cattedrali splendenti in controluce, con le piombature nettamente visibili. I soggetti sono vaste distese di roulottes o strade con file di camper, panni stesi e paesaggi, ma sempre con le roulottes, tutte in fila, coloratissime; oppure ci sono tante persone che stanno a guardare, visi stilizzati con il cappello, grandi nasi, occhi enormi che scappano di qua e di là, e non si sa bene che cosa guardino e chi vedano. Certamente non te, passante che non sei rom e che, da parte tua, preferisci ignorarli.

Ma Gabi ti guarda, eccome! Dipinge ad olio o in acrilico; quando vuole sa imitare perfettamente Van Gogh e la sua tipica pennellata (la cattedrale di Anvers, un campo di grano), ma subdolamente infila accanto alle vecchie mura, oppure tra i corvi del prato – ancora una volta – un mucchietto di roulottes. Segni armoniosi e ricurvi come una danza, come il flamenco che, secondo Gabi Jimenez, è il voodoo dei Gypsies.

La stanza di Omara è completamente diversa: Omara usa due colori soltanto, il grigio e un verde- azzurro spento. I suoi quadri sono il diario, figurato e con note esplicative, della sua vita sfortunata, delle claustrofobie che l’hanno perseguitata fin da bambina.

In un’altra stanza, ci sono le bellissime foto in bianco e nero di famiglie Rom, scattate da Nihad Nino Pušija, nato a Sarajevo. Questa stanza è tappezzata con gli stessi fiori del drappo che reclamizza la mostra, con fiori arancio e foglie verde-marcio – forse a ricordare l’interno di una roulotte.

Con i miei occhi ancora pieni di tanti colori, e domande che mi formicolano nella mente, mi affaccio ad una finestra del Palazzo: c’è un incrocio di canali, qui sotto, un balenare di riflessi tra cielo e acqua, dove gondole con i turisti scivolano tranquillamente. Più in alto, i tetti hanno il calore del cotto; alcune altane si profilano contro la luce del mezzogiorno.

Strano ma vero, oggi i nomadi abitano qui, da dove sono usciti gli antichi abitatori.

Altri, molti stranieri, entrano, girano per le antiche sale, guardano. E tutto ha un aspetto così armonioso e naturale.

 

Per saperne di più:

www.romapavilion.org

vedi anche:  http://www.poesieinvolo.com/arte_figurativa.htm

23 Responses leave one →
  1. 2007 Luglio 30

    Marina, fattelo dire -por favor- quanto è interessante questo tuo pezzo recensionistico. Quanto è accattivante il tuo modo di introdurre alle stanze dell’infanzia raccontate attraverso l’esperienza Rom.
    Pensavo, mentre leggevo, al fatto che avere le immagini accanto alla descrizione di ogni stanza sarebbe stato bello ma la tua capacità di raccontare (e grazie all’entusiasmo con cui lo fai) quasi prende il ‘visitatore’ per mano.
    Oltre ad una sana dose d’invidia per ciò che i tuoi occhi hanno potuto vedere, dunque, il mio grazie per questa bella segnalazione e per il link che vado a cliccare.

    Rr

  2. 2007 Luglio 30

    e come faccio , io, a dire ho visto Venezia? come si fa a dire di aver visto tutta la città?

    e non parlo solo delle mostre che, di continuo, espongono opere altrimenti dimenticate.

    Venezia è da vedere e da vedere e da vedere perchè è la città più bella del mondo ! :D

  3. 2007 Luglio 30

    Rita, sono contenta di averti trasmesso il mio entusiasmo per questa mostra così inconsueta, e ti assicuro , dall’impatto visivo eccezionale!
    proporre l’arte di personalità rom non risolve certo i mille problemi di questa grande e diffusa minoranza europea (e non solo)…però conoscere , sapere, è positivo comunque, oltre che estremamente gratificante,
    e questo popolo si esprime molto bene proprio con le arti visive, oltre che con la musica, in un certo senso, come hai osservato, sono anche l’infanzia della nostra civiltà
    grazie, ciao:-)
    marina

  4. 2007 Luglio 30

    e io cerco di fartela vedere, Blumy! :-)
    marina

  5. 2007 Luglio 30

    Veramente notevole la tua capacità di descrivere ciò che vedi,
    Così rendi partecipe chi legge i tuoi resoconti di mostre come se fosse lui stesso presente…ma perchè non ti proponi come ” critica d’arte”?

  6. 2007 Luglio 30

    Marina, spero di riuscire a vedere la biennale anche quest’anno. Presumibilmente sarò in zona dal 24 Agosto a data da decidere (proprio in virtù del mio riuscire a fare una puntatina a Venezia) quasi quasi ti chiedo se mi fai da cicerona :)

  7. 2007 Luglio 30

    un reportage d’alta classe, come solo marina sa fare. confesso che non sono mai stata a venezia, o meglio sono scesa alla stazione di mestre una volta che andai a vienna in treno, ma leggendo marina ogni volta è come se visitassi venezia e “due calli e callette” – i rom sono un popolo affascinante peccato che hanno questa brutta nomea, ieri in una spiaggia di catania una rom ha cercato di rubare un bimbo di tre anni nascondendolo sotto la sua lunga gonna, per fortuna se ne sono accorti i bagnanti e hanno scongiurato il rapimento, la polizia ha dovuto faticare per evitare il linciaggio. mia madre me lo diceva sempre di stare attenta agli zingari che si rubavano i bambini, io non le credevo e lo stesso andavo nel loro campo fatto di tende a vedere come lucidavano il rame e come leggevano la mano. antonella

  8. 2007 Luglio 30

    Vado in Ot.
    Segnalo questo blog nel mio spazio
    Splinder.

  9. 2007 Luglio 30

    p.s. sono approdata qua grazie alla mia carissima amica Silenzioindio

  10. 2007 Luglio 30

    infatti, Domaccia, l’ho già fatto! cioè mi sono già proposta come “critica d’arte” , anche se le mie non sono critiche ma proposte, fatte a modo mio, e mi hanno “accettata”. se vai alla categoria “arte figurativa” ci sono altri miei pezzi
    ti ringrazio, ciao
    marina

  11. 2007 Luglio 30

    Rita, fammi sapere quando vieni a Venezia perchè mi farebbe un grandissimo piacere conoscerti (potrei però essere in montagna, ci vado forse in quel periodo); quanto al “farti da cicerona” temo di non essere in grado, sono troppo “umorale” nelle mie preferenze artistiche, mi dà fastidio l’arte che non mi tocca le corde estetiche, insomma gli artisti “concettuali” che, oggi, spesso non fanno altro che emulare avanguardie del passato…
    finora, ho visitato solo manifestazioni collaterali della Biennale, la Biennale vera e propria – quella situata ai Giardini e all’Arsenale – mi spaventa per la vastità dell’offerta, sale dopo sale dove, per poter vedere qualcosa di interessante , bisogna sorbirsi una marea di oggetti insignificanti o addirittura squallidi…
    ciao
    marina

  12. 2007 Luglio 30

    Antonella, ti ringrazio per il “reportage d’alta classe”, io ho solo espresso una serie di impressioni, ho cercato di far emergere la vitalità e la bravura di questi artisti rom…
    la nomea degli zingari è la peggiore che si possa avere, oggi danno ancora più “fastidio” perchè, dopo l’entrata della Romania nella UE, sono giunti a frotte anche in Italia, e il loro numero aumentato ha fatto emergere maggiormente tutti i problemi connessi
    io non mi posso certo mettere a risolvere nessun problema, però , se vedo una cosa bella, mi piace e lo dico, chiunque l’abbia fatta…lo sapevi che lo zingaro più famoso del mondo è Joaquin Cortés, che è di puro sangue gitano?
    ciao
    marina

  13. 2007 Luglio 30

    Ma guarda, cara marina, che io intendevo che tu ti proponessi- se proprio non esattamente critica- ma certo come intenditrice e recensitrice di arte figurativa agli artisti stessi o a chi presenta o dà pubblicità a mostre…:-)

  14. 2007 Luglio 30

    Marina, se dovessi approdare in laguna allora ti faccio un fischio con la promessa di non tediarti con richieste di ‘accompagnamenti’ . :)

    Rr

  15. 2007 Luglio 30
    violaamarelli permalink

    bellissima la passione e la precisione con cui è narrata la mostra, con tutti quei colori e quell’atmosfera di grigio e di oro che connota l’universo rom e Venezia, mi sembra di percorrere un fumetto di Pratt!! Viola

  16. 2007 Luglio 30
    Chiara Sambo permalink

    Carissima, ho lasciato il tuo post in attesa di lettura fino a stasera (non lo avevo voluto sbirciare neanche quando era in bozza, lo giuro) perché per leggerti ho voluto il momento e la calma migliori. Non ho sbagliato: ora che mi sono bevuta questo testo, posso dire di averlo assaporato parola per parola, e che parole! Tutte scelte e insieme sciolte, ossia precise ma naturali, come un racconto a voce fatto ad una amica, a molte amiche. Resoconto prezioso di emozioni vissute e trasmesse, prezioso di sapienza nella descrizione (se ne leggono in giro di astruse e estranianti, di descrizioni d’arte!), prezioso di immedesimazione e voglia di conoscere, capire. Il mondo di questi artisti naturali, naif e senza tabù, attira fortemente la sensibilità artistica di tutti: fa intravedere la libertà della creatività totale, rinnovata ogni giorno come solo sono capaci i bambini che ogni giorno appunto inventano nuovi giochi e ci si perdono con delizia.
    Mi chiedo come fai a rendere così bene e puntualmente le tue escursioni artistiche: io quando visito una mostra sono già ipnotizzata al secondo quadro e alla fine esco completamente abbacinata da tutte le immagini che vedo e che mi lascio entrare dentro. Mi restano dei flash e una sensazione complessiva di più o meno forte empatia, ma non sono mai riuscita a esprimerla con parole compiute.
    Grazie per questi spazi dedicati alle arti figurative. Grazie di cuore, non sai quanto me li godo e te ne ammiro.
    Un abbraccione quasi commosso.

  17. 2007 Luglio 30

    grazie Viola, per aver notato il mio tentativo di rendere l’atmosfera di questo straordinario “padiglione”, e per la pazienza nel leggere un pezzo “lunghetto”, direi!
    cosa per la quale, in realtà, devo ringraziare anche tutte le altre belle di cui sopra!
    marina

  18. 2007 Luglio 30
    violaamarelli permalink

    grazie a te direi per il lavoro che ci hai dedicato, Viola

  19. 2007 Luglio 30

    Chiara, prima di tutto ricambio l’abbraccione, e direi che sono un po’ emozionata, sì, per quanto mi coccoli con le tue parole!
    non avrei mai pensato, fino a qualche tempo fa, che qualcuno avrebbe “bevuto” ed “assaporato” i resoconti delle mie visite alle mostre!
    Ho sempre amato “guardare” quadri ed opere figurative in generale, c’è una forte affinità nelle emozioni che dà la musica e quelle nate dalle linee e dai colori; però tracciavo solo brevi appunti di diario.
    Mi è venuto, entrando in questo blog, il desiderio di precisare meglio alcune di queste esperienze; allora, mi sono armata di blocchetto per appunti e penna, così, quando entro in una stanza, butto giù velocemente in diretta impressioni, forme, colori, nomi e tutto quello che mi salta in mente.
    Perdo un po’ del piacere rilassato e spontaneo nel contemplare; in cambio scopro dettagli ed anche idee importanti, che altrimenti mi sfuggirebbero…così ho risposto all’ultima parte del tuo post!
    aggiungo che i tuoi commenti sono anche piccole opere d’arte: “parole scelte e sciolte”, che bello!
    grazie, Chiara
    buona notte
    marina

  20. 2007 Luglio 31
    Chiara Sambo permalink

    Marina, mi sono permessa poco fa di editare l’ultima frase del tuo pezzo solamente per rendere attivo il link che porta al sito della mostra.

  21. 2007 Luglio 31

    Cara Marina, è difficile riuscire a parlare d’arte e letteratura insieme. Devo dire che hai il piglio giusto e disincantato per “avvicinarci” a questo mondo che tu conosci bene e ci regali quasi come un reportage letterario, leggero, dolce e veramente condiviso.
    Michele

  22. 2007 Luglio 31

    La tua scelta di raccontare l’arte è particolarmente piacevole. Sai rendere questo tuo cammino di colori, di stanze, di disegni, emozionante e rivitalizzi alcuni interessi che per diverso tempo ho solo “consumato”.

  23. 2007 Agosto 2

    grazie anche a te, Luisa , per l’apprezzamento che mi hai dimostrato:-)
    marina

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