La punizione – di Salvatore Scalia
Catania 1976: quattro ragazzi spariti nel nulla
Una storia di ordinario degrado, scaturita dalla penna di un giornalista sornione e smaliziato che ha saputo far risaltarne i suoi contorni più crudi e grotteschi. La Sicilia con le sue contraddizioni e le sue infinite risorse, in un romanzo che è insieme cronaca e storia, vita degli umili, scavo psicologico e denuncia sociale; che traccia le linee di una condizione profonda, antropologica, del popolo siciliano. Scalia non dissimula la sua ironia sottile: si può essere contemporaneamente devoti a Sant’Agata e al boss della città. Si può trainare la statua della santa, riverirla e subito dopo salire sulla vespa per andare a fare uno scippo. Questo di Scalia è un romanzo tratto da un fatto di cronaca, scritto quasi con tenerezza, con una prosa lirica che suscita profonda emozione nel lettore; luoghi e avvenimenti hanno trapassato la storia e il costume della terra siciliana. La disputa interna per la supremazia attorno al microcosmo provinciale lo rende partecipe di un clima che è proprio di tutto il romanzo, del suo stile limpido e nitido. I protagonisti sono bambini con i loro sogni di gloria. Anche diventare un killer famoso è un sogno importante per un bambino del quartiere San Cristoforo di Catania. Bambini che non hanno mai conosciuto la gioia di ricevere un regalo o una carezza. Sogni che si infrangono a causa di un incidente di percorso: avere inavvertitamente mancato di rispetto alla madre del boss. Un’onta che va lavata col sangue. Tutte le madri sono uguali, ma, come direbbe Orwell, alcune sono più uguali delle altre. A mancare di rispetto alla madre del boss si rischia “La punizione”, a uccidere i figli delle madri del San Cristoforo si viene assolti perché non si è trovato il corpo del reato. Scalia ci regala un grande affresco, ci fa sentire i profumi di una Catania popolare che arrostisce all’aperto carciofi e carne di cavallo; folklore, maschere beffarde, grottesche e patetiche. Non a caso la storia si apre con la figura di Pippo Pernacchia, indimenticabile personaggio catanese (una pernacchia mille lire, due pernacchie duemila lire…) che ha inventato la professione di pernacchista con tanto di qualifica e bollo municipale. Omertà e degrado, miseria e sottomissione, paura e lotta per la sopravvivenza. Dramma nel dramma, la cappa opprimente della mafia è così forte da costringere quattro madri, che hanno visto sparire i propri figli nel nulla, a non sporgere denuncia. E così quattro adolescenti possono venire cancellati con un colpo di spugna senza che nessuno li cerchi, come non fossero mai esistiti. Un romanzo che è anche vibrante scossa al silenzio, squarcio al velo macabro dell’omertà.





Non me ne vogliano i siciliani per bene, ma non riuscirò mai a capire come l’immoralità della mafia possa essere tollerata (anche nel senso di subìta) quasi fosse parte delle tradizioni di un popolo.
non lo capiamo neppure noi!
no scherzo, non è facile da spiegare, i siciliani hanno subito non so quante dominazioni: bizantini, arabi, normanni, aragonesi, spagnoli, borboni, hanno vissuto con il motto calati juncu ca passa la cina impresso nella fronte, ma passerà anche questa, qualcosa è cambiata, ultimamente camilleri ha dichiarato che sta cambiando il nostro dna. antonella
il romanzo, da come ce lo racconti, deve essere molto bello (mi ha ricordato, in qualche modo, i libri di Diego De Silva ) e il discorso della mafia non si puo’ esaurire in due parole.
certo, qualcosa sta cambiando, e me lo auguro per tutti quelli che di mafia sono morti.
la professione del pernacchista , mi sembra di ricordare, è qualcosa nato a Napoli. Anzi, Marotta, in uno dei suoi splendidi libri faceva una sottile differenza tra i vari tipi di pernacchie, tra le quali c’era anche il pernacchio .
Ma è un’espressione tipicamente italiana. Non mi meraviglierei se anche qualche milanese doc facesse le pernacchie.
Chiara, il siciliano per bene non subisce la mafia, ne è solo vittima involontaria, e il rifiuto gli crea ostilità, isolamento ..amarezza
Un terra non si crea in un quarto d’ora. Ha ragione Antonella, è frutto di atavicità complesse ed è dura estirparne abitudini mentali che per tanti sono ormai connaturate.
Sull’ottimismo di Antonella ho qualche perplessità. Certo che noi che viviamo adesso non ne cogliamo sicuramente il risvolto, forse in futuro ..speriamo nei nostri figli ..o nipoti
-La recensione non è mia, Blumy, e ci propone con garbo stralci reali riferiti magistralmente dall’autore in questo romanzo, che ho amato subito per la sua veridicità.
-Il vivere giocando fa parte dell’uomo del sud, quasi a voler esorcizzare la tristezza che lo opprime
Vi ringrazio di essere qui e vi abbraccio. Insieme si è sfiorato un argomento tabù.
Il romanzo l’ho letto, e vi assicuro che è accattivante, non foss’altro che per la sua, purtroppo, radice di attualità.
vedo che rina da siciliana capisce, queste cose spezzano il cuore della gente per bene, non è vero che i siciliani adesso subiscono impotenti, ci sono le vittime della mafia che vogliono essere ricordate, non dimentichiamo falcone e borsellino, c’è da dire che la mafia di oggi non è quella di una volta, se lo stato latita la gente a qualcosa si deve attaccare per vivere, la mafia dava lavoro, manteneva l’ordine, era uno stato nello stato, anzi era lo stato, agli albori i mafiosi erano considerati “gente di rispetto” quando si diceva di uno “mafiusu” si intendeva dire che era uno in gamba, che non aveva paura di nessuno, oggi la mafia è cambiata, la mafia di oggi uccide e scioglie i bambini nell’acido, fa sparire i bambini come racconta scalia nel suo romanzo, un tempo queste cose non accadevano, di “buono” (se si può dire di qualcosa di buono nella mafia) c’era che si rispettavano le donne e i bambini, le cose cambiano, la mafia è cambiata, anche la gente è cambiata per fortuna, quando cambia il dna gli effetti si vedono nelle nuove generazioni. comunque la cosa è complicata e complessa e non credo di esserne capace di parlarne come il problema merita. antonella
Oggi, Antonella, ci sono ..gli strascichi di un’idea. E resta il fatto che è solo prepotenza, ed è difficile contrastarla perché mentre logora annienta.
Il 19 luglio del ‘92 ero lì, e l’eco è piombato sinistro. È rimasto, si è solo trasformato, è diventato sordo dolore.
Conosco bene la storia, erano i miei anni di “impegno”, di immersione dentro i quartieri; anni da cui sono emerso in modo diverso, e non certo per ripensamenti politici o sterzate utilitaristiche, ma per la evidente sensazione di aver sbagliato approccio.
“U pisci feti da testa”… sessanta anni di cinico spartimento di poteri tra stato centrale e mafia non sono superabili solo con la buona volontà dei siciliani.
“Futti, futti ca Dio perdona a tutti”… giustificare anche gli atti vandalici più semplici porta, in una realtà come la nostra, ad abbassare ancor più il senso del lecito. Ebbene sì, come mai mi sarei aspettato in altri tempi, sono (qui ed ora) per la tolleranza zero.
“Ciaurusa come una rosa” rieducare al gusto per rieducare la mente, funzionerebbe? Non so, ma credo di sì.
proprio ieri leggevo la storia di Rita Atria che si è suicidata dopo la morte di borsellino, la persona a cui lei si era affidata dopo che la madre e il fidanzato l’avevano rinnegata perchè “s’ammiscava”
http://www.ritaatria.it/RitaAtria.aspx
dalla incisiva presentazione di questo romanzo e dal vostro dibattito che ne seguito (scritto da persone che vivono in Sicilia e quindi vedono questa realtà dall’interno) mi è rimasta l’impressione di una realtà tragicamente complessa, me ne sono sentita sfiorare più da vicino che non attraverso i giornali e i libri di storia…
una realtà difficile, dove non c’è il bianco e il nero, il buono e il cattivo, ma un intreccio straziante di destini, sentimenti, sdegno e acquiescenza, un orrore senza fine, potrebbe sembrare: se non ci fosse un’energica iniezione di speranza , che , al di là di tutto ciò, avverto nelle parole di Antonella ed , anche se in modo più perplesso e sfumato, di Dario e Rina
marina
Appassionato Dario, certo che funzionerebbe “Ciaurusa come una rosa”.
Potrebbe diventare uno slogan ..profumata di lindore
Antonella, grazie per avere indicato quel sito. Mi ci sono persa. Sapevo la storia di Rita Atria, ma non ne avevo letto più di tanto. “s’ammiscava”, si intrometteva ..e non doveva
I giornali, Marina, riportano fatti, notizie. Mai si riuscirà però a compenetrare storie, seppur redatte con dovizia di particolari, quanto può avvenire con un abboccamento diretto con persone che vivono quelle storie, o che le hanno vissute, direttamente o indirettamente.
Probabilmente vivendo in un determinato luogo certe cose le respiri nell’aria, e le sai ..anche se non leggi i giornali. Anch’io ho letto libri a tema, ma non è mai come quando la mattina la sveglia te la fa la sirena di una volante..
Sono contento che il mio articolo abbia suscitato un dibattito così interessante. Un grazie di cuore alla dolce Rina. La mafia, come tutte le organizzazioni criminali, prolifera e si sviluppa dove maggiori sono le carenze (o le complicità) dello Stato, dove manca il lavoro e le strutture sociali, ed è più facile arruolare giovani. L’ignoranza e un equivoco senso dell’onore fanno il resto. Non dimentichiamo che a dirigere le file c’è sempre l’Onorevole di turno il quale agisce in perfetta simbiosi con i capi mafia. La mafia ha fatto comodo ai potenti di oltre un trentennio in quanto è stata per loro un serbatoio di voti, per questo ha potuto proliferare indisturbata.