Elegia del Gene
Osanna,
Nell’aborigeno mio cielo
il mio cielo è tronco d’ali e reti
eppure impigliata resta -questa genia-
un pesce gravido di uova incolumi
moltiplicate e moltiplicate e moltiplicate
Suo pungiglione ammorbante
quel piglio dissacrante l’appartenersi
che si fa -a puntate- buccia-buccia
a vestirmi gruccia inerme o fionda
Ah, ritornarti indietro! coltre erosa
dai cromosomi dentati da rammendare
ogni volta ogni volta ogni volta
-quali ricami ancestrali?-
se mi travesto crosta privata di me
-tua primizia sposa, e gemella- e poi crosta
si spoglia di me lasciandomi intera e morbida
e nuda
germoglio figliato in tua ombrellifera fronda
Ché poi nell’aborigeno tuo cielo
il tuo cielo è tronco d’ali e reti
eppure impigliata resta questa genia
un’ape regina che non può figliare fuchi
non collari per cuccioli,
né squame iridescenti per vestirli lucenti di luce
Suo pungiglione ammorbante è
il quanto che ci spiccica e poi ci rincolla
affini per qualità di fiati e bucce
e peccatucci similari sugli ucci ucci
di questo vivere sotto branco sciolto
Una palude in cui -tu- ti travesti anfibio
sbranchiato -e onicofago-
e io granchio -onicofago- spaiato ad evitarti laterale
sugli sgoccioli di questa vita a finire
in spicciolo squarciare l’aria sconsacrata
da più morsi di fame d’unghie
-surrogato, lenitivo d’affetto ma piccante-
e nudi
a germogliarci attonite statue dalle debolucce spalle spoglie d’abbracci
Ti ho nel mucchio, Signore, nel mio mazzo di geni
-a mucchi-
e negli ancora ancora candidi barlumi
d’onniscienze sante da amputarmi dal cuore
Così, sotto fiotti di coriandoli
separati per colorito e aspetto trascendo
-colorando- dal più tenue al più marcato segno
di distinzione marcata, divenendo
traccia tua indelebile
e Santa
(testo tratto da dìri dìri dànna- Liberodiscrivere edizioni, 2006)





devo dirti parecchie cose, Rita, a proposito di questa poesia.
1) Sto pensando da tempo anch’io alla poesia sonora con you tube, ma temo che occorra una videocamera o un filmato idoneo.
2) Lo sai che hai una bella voce?
3) La poesia è molto bella e, grazie anche alla tua interpretazione (sto dicendo sul serio) mi sono commossa.
Soprattutto in questo punto:
Ti ho nel mucchio, Signore, nel mio mazzo di geni
-a mucchi-
e negli ancora ancora candidi barlumi
d’onniscienze sante da amputarmi dal cuore
Sei di una bravura incredibile, Rita. Il tuo testo è toccante, la tua voce pare possa essere l’unica adatta ad interpretarlo. Splendida!
@Blumy, occorre un programma adatto, sì. E, quando sprovvisti di una serie di cose (immagini adatte, programmi, videocamera e quantaltro), la gentile disponibilità di un gentile Andrea Galli
Ti ringrazio per la segnalazione di quel verso, Blumy, perché lì c’è tutto il corpo del brano, la sua sintesi: quel Signore è mio padre.
@Rina, grazie. In realtà interpretare i propri testi è meno semplice di quanto non sembri. Si rischia di non avere il giusto distacco. Di contro, interpretare quelli altrui è ancora più rischioso perché non è semplice entrare nelle ‘corde’ di un altro autore.
Insomma, un casino in ogni caso.
un ottimo lavoro, complimenti a tutti. antonella
E’ come se il verso, nella su varietà e diversità tonale dei ritmi, volesse scoprire e ricercare uno spazio temporale per creare, per costruire, per vivere “lo sforzo di vivere” e non il male di vivere. Complimenti Rita.
Mapi
(purtroppo il PC è un pò lento stasera e non sono ancora riuscita a sentire tutta la recitazione)
Mi commuove sempre e sempre e sempre.
Un capolavoro sincretico a servizio dell’anima.
(che a tratti si ferma, c’è chi lo riesce a vedere/sentire tutto di filato?)
Bellissimo testo e ottima scelta le immagini pasoliniane. Un connubio perfetto direi e molto toccante.
Molto presto troverai una sorpresa che ti riguarda dalle mie parti
Cari saluti alla mia conterranea
@Antonella, grazie.
@Mapi, non avevo pensato a questa eventualità e nemmeno avevo mai pensato che, all’interno del testo, potesse nascondersi quella che, evidentemente, ti arriva come una potenzialità variabile del verso che colora. Mi fai pensare ai miei malriusciti esercizi di chitarra.
Interessante.
Però, una cosa la devo dire: questo testo arriva spesso come qualcosa che ha una sua architettura prestabilita. Non è così. Il testo è nato automatico, intendendo per automatico qualcosa che arriva come da un flusso di coscienza. Quasi uno stato di trance, come molti dei miei testi. Lo so che è difficile da credere, vista la struttura (quasi di tesi-antitesi-sintesi), eppure è così. L’argomento è sentito, da me, ed è in lavorazione da che ho iniziato a scrivere. E come detto più sopra è relativo al conflitto tra la figura paterna e quella di figlia (femmina, nonché primogenita). Questo brano fa parte di una silloge, di un quadro, inserito all’interno di un intero testo tematico, che si chiama IV Comandamento. L’Elegia precede il quadro stesso dove La figlia rivendica la sua autonomia dalla figura paterna, rinnegandone il gene (Il Retroscena); poi si pente (Il Pentimento) lo cerca dopo averlo perso e, ritrovatolo (La Pala d’Altare), fa il suo ex-voto ad accettare il ricongiungimento; alla fine con l’ultimo brano (La Promessa) farà la sua promessa di assoluzione dovuta alla consapevolezza di somiglianza, di reciprocità nell’amore ma, anche e sopratutto, nel dolore. Un’assoluzione che, però, resterà incompiuta.
Il percorso fatto per tutto il dìri dìri dànna è passio e, credo questo si avverta nell’interpretazione per quel limite citato al commento n°3. Non c’è distacco dal testo. Questo per dire che anche l’interpretazione è liberata da ogni struttura ‘recitativa’. Mentre la musica, il Tango, sì, è stata scelta ‘a tavolino’ per quella valenza che il Tango offre: di reciprocità, pur nel suo movimento di avvicinamento e allontanamento.
Grazie Mapi, per avermi dato lo spunto di parlare di questo.
@Silvia, per tutti i motivi che sai, grazie.
@blimunda, sì, la scelta di Pasolini di Andrea per questo testo all’inizio mi aveva un po’ lasciata perplessa. Forse una sorta di timore reverenziale, forse un’ansia da prestazione. Ma mi aveva colpita moltissimo la sua sensibilità percettiva nel cogliere -fin dal primo momento- l’ambiguità tra la figura del Padre e quella di Dio che emerge per tutto il testo. Andrea, non mi stancherò mai di ripeterlo, ha una grande dote depositata all’interno della sua grande empatia.
Per il resto, mi hai incuriosita. Allora attendo con ansietà.
Cara Rita, il tuo commento mi apre scenari e orizzonti nuovi di lettura del testo. Tra l’altro mi interessa molto il tema del padre nella letteratura contemporanea e non solo (ti segnalo un libro di un poeta che reputo oggi tra i più interessanti a livello nazionale) cercalo al link
http://www.lietocolle.com/index.php?module=subjects&func=viewpage&pageid=2260
Un caro abbraccio
A presto Mapi