I fazzoletti rossi di Don Fefè – di Giuse Alemanno

2007 Luglio 2
by viadellebelledonne

 

A Marcello Mastroianni, italiano.

È l’amore che fa diventare sciocche le persone o sono solamente gli sciocchi ad innamorarsi?         Orhan Pamuk  da “Il mio nome è Rosso”

 

Don Fefè scarassò un occhio che l’altro ancora lo teneva dormendo.

Così tutti l’appellavano, in ricordo di fanciullesca sciarpisciatura, perché ad addomandargli come si nomava egli rispondeva:‘Fe – fè,Fe – fè , Felice’, che era il nome suo e del santo patrono di Cipièrnola.

 Si accorse che da sotto le tende di pesante velluto cremisi che annottavano la camera filtrava un chiarore. Era fatto giorno, ormai. Repente si acciambellò per resistere all’impulso di pisciare che, martello, gli sollecitava la vescica. Stese solo un braccio per tirare un cordino.

A poco apparve Ciccillo factotum di casa Rizzo Torregiani Cìmboli di cui Don Fefè era unico erede. Ciccillo era nato da una burla che Don Tumasi Grimaldi Cannavacciuolo, zio da parte di mammà di Don Fefè, tirò a Lianora, una ragazza a servizio più ingenua di una agnellina. Don Tumasi l’aveva convinta che essere alle sue dipendenze significava essere completamente al suo servizio. E dalli oggi, dalli domani, era arrivato Ciccillo. Lo scandalo fu presto sedato: Lianora fu bollata come zoccola e malacarne e confinata in una masseria perduta, Ciccillo fu tenuto, affidandolo alle donne di cucina che crescevano figli in continuazione, perché Don Tumasi era di buona semenza e del bastardo poteva venire qualcosa di buono. Don Tumasi se la cavò con la promessa di marinaro, pronunciata al cospetto di tutta la sacra famiglia e di suo fratello Adriano vescovo di Cipièrnola e gioia di mammà,  che sarebbe stato più attento e giammai sarebbe ancora caduto nelle grinfie di giovani fantesche che tra le cosce nascondevano il nascondiglio de lo dimonio. Poi Lianora morì di tifo e a Don Tumasi il mal caduco se lo portò al camposanto e Ciccillo divenne uomo senza saper mai chi fosse stata sua madre né, tampoco, chi l’avesse ingravidata.

‘Che ora è?’

‘E’ menzatia, Don Fefè’

‘Che tengo per colazione?’

‘Quello che desiderate’

‘Portami una tazza di latte tiepido, molto caffé forte e quei taralli dolci che fa la Tecla – e avvicinami il pitale che mi devo liberare’

Don Fefè si sujicò da sotto una lapide di coperte e si sedette sul letto tanto alto che i piedi manco arrivavano a terra. Ciccillo gli avvicinò il vaso smaltato e, seduto com’era, la fece.

‘Apri le tende’

‘Quanto, Don Fefè?’

‘Tanto’ – e fede un segno piccolo con la mano.

Ciccillo scostò un poco le tende, scese una nuvola di polvere che la lama della luce rese brillante e sospesa nell’aria sì che tutta la camera sembrava una di quelle bolle di vetro che dentro c’è un angelo, un presepio, una madonna,e si riempiono di neve finta ad arrovesciarle.

Don Fefè, con uno di quei gesti inutili che solo le abitudini giustificano, guardò l’ora di un orologio da tasca d’argento, inciso di scene di caccia, che da sempre stava sulla sua colonnetta:‘Ciccì, disgraziato, ma sono le tre! Perché non mi hai detto la verità?’

‘Don Fefè, per ssignuria la verità è sciocchezza. Se per Don Fefè l’ora buona di sveglia è menzatia significa che mò è menzatia’

Don Fefè ci mise un attimo a riflettere:‘Non è un brutto ragionamento Ciccì. Tenevo impegni tra mezzogiorno e le tre?’

‘A menzatia dovevate pagare i villani che hanno zappato i fondi della Marina’

‘E se ne sono andati?’

‘Ancora sotto palazzo stanno’

‘Allora portami latte, caffè e taralli e vagli a dire che mò scendo e li pago – e portane ‘sto pitale’

Ciccillo prese il vaso sciabordante e corse ad avvertire i braccianti che aspettavano da tre ore.

I curnutu/fijiu-ti-puttana/chilestramalimuertu finirono appena apparve Don Fefè. Sul pigiama di flanella fina a larghe righe crema e celesti aveva indossato una giacca da camera blu con ricamato sul cuore, in filo d’oro, lo stemma di famiglia: una testa di cervo le cui corna mutavano in torri coronate. Don Fefè era alto più di un palmo dei villani che, a stento, raggiungevano la misera statura di un metro e una gingomma.

‘Ciccì, li tieni i conti delle giornate?’

‘Qua stanno’ – e mostrò un foglio scritto.

‘Allora cominciamo’ – e Don Fefè trasse dalla giacca da camera un grosso rotolo di banconote. La vista del denaro fece scomparire il fastidio della lunga attesa. I soldi zittirono i villani.

‘Chi è il primo?’

Ciccillo chiamò: ‘Domenico Lattarulo’ – che si avvicinò, strisciando sul suo destino, mentre gli altri si facevano indietro aspettando il proprio turno.

‘Quanto gli devo dare?’

Ciccillo chiamò la cifra.

‘Com’è stu giovane?’ chiese Don Fefè mentre stinnicchiava le banconote una in fila all’altra.

‘E’ faticatore, è bravo…ma…’

‘Ma?’ – e calò una mano come una mazza per bloccare i soldi prima che Domenico Lattarulo li prendesse.

‘Domenico tiene un problema, Don Fefè’

‘Ed è cosa che me ne può fottere qualche cazzo?’

‘E che ne so? Io vi posso dire il problema, se la cosa vi interessa lo sapete voi’

‘Che problema è? Come stanno le cose?’ – Don Fefè finse di interessarsi.

‘La moglie di Domenico si deve operare’

‘E che sono dottore io?’

‘Don Fefè, lo sapete chi è la moglie di Domenico?’

‘No Ciccì, che ne so io chi è la moglie di chi lavora alle campagne mie…’

‘La moglie di Domenico si chiama Rosa Carusella e la chiamano la Rosa di Campi, che quello è il paese suo. Con noi si fa la campagnata delle olive, può darsi che ve la ricordate, Don Fefè, la Rosa di Campi. Ha dovuto perdere il bambino ma si vede che a casa non l’hanno pulita bene. Mò tiene una infezione che se la sta mangiando la febbre e il Dottore Tolardo ha detto che si deve operare subito e fuori terra che non è arte per Cipièrnola il male della Rosa. La Rosa grida per i dolori e dice parole che non si capiscono e tutti si stanno pigliando paura’.

Ciccillo pronunciò tale discorso, insolitamente lungo dato il suo uso parco delle parole, con una nota d’astio che Don Fefè non percepì perché al nome ‘Rosa di Campi’ gli era venuto un butti di sangu dato che se nel delirio della malattia Rosa avesse detto chi fosse il padre del bambino che aveva dovuto abortire sarebbero stati guai. Certo, ragionava tra sé Don Fefè, a Rosa aveva dato dei soldi che sicuro aveva speso per ciò che quel cajubbu di marito non avrebbe potuto comprarle mai.

Don Fefè guardava Domenico e lo immaginava a chiavarsi ogni tanto la moglie e gli scappò un sorriso al ricordo di quello che la Rosa raccontava del marito mentre non smetteva mai di stringersi a lui, di accarezzarlo e di baciare la sua pelle liscia e profumata.

‘Ma perché fai così?’ – le chiese, una volta.

‘Don Fefè, voi mi avete fatto capire che cosa significa essere femmina’

‘Ah, …e che significa?’

Rosa, allora, fece l’occhio rizzo e riprese con le carezze e i baci.

E mò ‘stu casinu.

 

Don Fefè si rivolse diretto a Domenico Lattarulo: ‘Portala domani all’ospedale di Taranto, cerca il Dottore Loiacono e fagli nome mio. Digli che tu e tua moglie siete mie persone di rispetto e che se ci sono spese da affrontare sta il portafoglio mio’

Domenico stava ad ascoltarlo con l’espressione di uno cui è apparsa la Madonna.

‘Don Fefè…e che vi devo dire…grazie…’

E Domenico gli prese la mano per baciargliela ma Don Fefè lesto la ritrasse.

‘Gli stessi gusti della moglie’ – pensò, infastidito.

‘Andiamo avanti che c’è altra gente da pagare’ – e congedò con gli occhi Domenico Lattarulo che ancora piegava la schiena, ringraziandolo.

Quando tutti furono pagati Don Fefè si rivolse a Ciccillo:

‘Secondo te ho fatto bene?’

‘Che cosa?’

‘Il fatto della moglie di quello là’

‘Vi siete comportato da signore’ – e ci aggiunse uno spigolo di sorriso pericoloso.

‘Uh…’ – ma Don Fefè colse una nota stonata; non era la risposta giusta per la

domanda che aveva posto – ‘è una risposta del cazzo, Ciccì. Chi sta delle femmine a casa?’

‘Tutte stanno’

‘Pure quella là…la nuova…la Rosaria?’

‘Certo, sta pure la Rosaria’

‘Allora vagli a dire cu si lava e di preparare il bagno. Prima mi devo pulire, poi mi voglio svuotare i coglioni poi mi metto e mangio’

A Ciccillo fu come gli avessero mozzicato l’anima ma non fece una piega, anzi, si produsse in un sorriso malizioso.

‘Com’è Don Fefè, alla Rosaria già gli avete fatto pagare dazio?’

‘E’ brava, capace e adatta. Un poco rustica, ma per le femmine pure quella è una dote’

E se ne rientrò a palazzo.

 

La cucina di palazzo Rizzo Torregiani Cìmboli era così linda, pulita e pinta da potersi mangiare in terra. Le donne stavano tutte tra l’orto adiacente e i panni stesi in attesa degli ordini per il pranzo di Don Fefè.

All’arrivo di Ciccillo gli si fecero cicaleggiando intorno per saper della comanda ma alla rivelazione che alla Rosaria toccavano lavanda e conseguenze, tutte la presero a sfottere. Chi le smucinava le natiche, chi le appioppava innocui schiaffetti alla sicurduna sul cuzzetto, chi le si poneva di fronte con un dito in bocca per darle istruzioni. E a Rosaria, che teneva la faccia che sembrava il funerale di un parente ma per corpo un parco giochi, la ridarella tutta la tremava.

‘Rosà, ma Don Fefè te l’ha già regalato il fazzoletto rosso?’ – le chiese, in fine, la Carmela, quella che teneva più anni di servizio tra le lavoratrici. A tale domanda tutte si spezzarono di mmienzu dalle risate. Pareva evidente che Rosaria non capisse il motivo di tale ilarità e nulla sapesse del fazzoletto rosso. Lo smarrimento palese aumentò vieppiù le pubbliche risa fino a che qualcuna non congestionò, sconquassandosi di tosse nervosa che pareva i polmoni volessero uscire dal petto.

‘Il fazzoletto rosso…’ – riprese Carmela, che lo sganasciarsi aveva donato alle ciglia due lacrimosi che lì restavano incollati – ‘Il fazzoletto rosso Don Fefè lo regala dopo che…’ – e fece un gesto a spingere con la mano dalle dita rattrappite verso il culo che la Tecla, un’altra che lavorava lì da un pezzo ed era famosa per i dolci, aveva artatamente sporto. Ridevano tanto da render noto che il fazzoletto rosso tutte lo tenessero nel cummò.

Capito che ebbe, Rosaria pose gli occhi a guizzo e fece: ‘Il fazzoletto rosso non l’ho ancora avuto regalato, ma tengo nel cuore una speranza!’

‘Così si risponde, sangu di quella terra!’ – e dopo la Carmela e la Tecla tutte l’abbracciarono, tra lazzi e battimano.

Ciccillo, che qualcuna di quelle pure l’aveva conosciuta, partecipò alla allegrezza con un macigno nel cuore.

‘Quando la spicciate cu tuttu ‘stu manicomio ricordatevi che Don Fefè poi vuole due pizzarieddi cu la casuricotta e il sugo di pomodoro fresco e basilico, un poco di arrosto di capretto con l’insalata. Mi raccomando che non manchi ‘na buttija di Primitivo delle vigne di ‘La Scorcura’, perché quello, come dice Don Fefè, ‘è mieru speciali’‘.

E se ne andò, prima che gli occhi che teneva fissi sulla Rosaria gli si consumassero.

 

Don Fefè lo sapeva che era stato fortunato. Fosse appartenuto ad una famiglia di miserabili si sarebbe pianto la vita sua e gli sarebbe toccata la fatica infame dei miserabili pavidi, che quelli audaci scelgono l’alea del ladrocinio.

 Invece era nato nella famiglia più ricca di Cipièrnola, unico erede di ingentissima fortuna, e si godeva la sorte amica. Ma l’esistenza comoda non l’aveva perso alle responsabilità, cosicché Don Fefè non era né fesso, né stronzo. Censo e capitale lo rendevano persona pubblica senza il ricorso alla porta di servizio della rappresentanza popolare e, sia per calcolo, sia per vanità, Don Fefè amplificava tale ruolo ricorrendo a qualche innocua stramberia; una, quella di pagare al sabato i braccianti vestito come si trovava, in tenuta da caccia, da cerimonia, nudo e con un asciugamano a coprire le pudenda, in veste da camera, o come capitava, capitava. Non si faceva mancare il vezzo di opere di generosità vistosa nelle occasioni popolari: era sua la banconota più

 grossa appuntata sullo stendardo che apriva la processione di San Felice nel giorno della festa patronale che coincideva con il suo onomastico, sua l’offerta più cospicua a Natale per i poveri che suo zio vescovo riceveva in pompa magna durante la messa, sua la vittoria nell’asta per tutte e quattro le sdanghe per trasportare Cristo Morto in giro per il paese al Venerdì Santo. Chiaro che Don Fefè si limitava a seguire i Sacro Simulacro, erano tutti i suoi lavoranti che, onoratissimi, a turno si sottoponevano al giogo del Peso Sacro Itinerante.

A sposarsi non ci pensava proprio: punto gli mancava e fin da quando la natura aveva strillato per la fame mascolina per Don Fefè le donne di casa furono palestra di ardimento mettendogli a disposizione pane e companatico. Il patrimonio solidissimo aveva fatto di Don Fefè il miglior partito di Taranto e provincia. A frotte s’erano manifestate per impalmarlo ma Don Fefè da quell’orecchio non ci sentiva; alle più determinate cercava di arrivare a regalar loro un fazzoletto rosso, ma senza mangiarsi tanto la testa perché a casa teneva il bene di Dio. Certo, ogni tanto ci pensava ad un figlio ma la sua vita piacevole faceva sì che rimandasse tale incombenza a poi, e da poi a mai.

Don Fefè si concedeva un viaggio all’anno, meta preferita: Parigi. Da lì importò la storia dei fazzoletti rossi, consuetudine di un bordello di lusso a quattro passi dall’Arco di Trionfo. Quando si entrava in camera con un fazzoletto rosso l’operatrice subito sapeva che tipo di prestazione le era richiesta e si attrezzava alla bisogna con certe pomatine al laudano. Una volta s’era invaghito di una morettina prensile di chiappa che i fazzoletti rossi se li faceva pagare una tirrupea di denari ‘ma li valeva tutti’ – concludeva Don Fefè, quando raccontava il fatto agli amici del circolo, con la voce rotta di nostalgia.

Un’altra cosa che importò da Parigi fu il gusto per la stanza da bagno imponente e comodissima. Fu così che Don Fefè modificò il cesso di palazzo Rizzo Torregiani Cìmboli trasformandolo in una sala da bagno principesca, creando intorno a questo luogo voci, dicerie e leggende alimentate dalle donne di casa che sull’argomento cucivano e ricamavano, e che lui giammai smentiva. Raccontavano che nella vasca da bagno si stava comodi in tre, che si poteva fare la doccia camminando in una serra dai vetri di bronzea trasparenza in cui l’acqua spruzzava da tutte le parti, che erano disponibili fanghi curativi, pietre e sabbie calde, sauna e bagno turco, lettino per massaggi ed una essenziale palestra ginnica. Tutto questo distribuito tra specchi, profumi e vapori; stucchi, marmi e morbide luci, con splendide e lussureggianti piante ornamentali dalle grandi foglie verdi e giganteschi acquari pieni di pesci di mille colori funzionali a dividere gli ambienti. Don Fefè aveva previsto finanche un separè che celava una specchiera attrezzata di tutti i trucchi e gli ammennicoli femminili dato che spesso la sontuosa sala da bagno era stato luogo di elezione di incontri amorosi e carnali espluà.

E lì se ne stava Don Fefè, immerso nella schiuma profumata che riempiva la vasca dell’oceano mare aspettando la Rosaria. Sulla sedia, negligentemente scomposto, stava il candido accappatoio col solito ricamo d’oro sul cuore di cui Don Fefè s’era liberato prima di immergersi nell’acqua calda.

Dalle tasche, impertinente, spuntava un fazzoletto rosso.

 

Rosaria, in piedi in una tinozza di latta, lavorava su di sé con sapone di Marsiglia, brusca e striglia. Sapeva che per Don Fefè la pulizia era essenziale, si diceva sopportasse appena la graduazione tenue dell’usta femminile. Una nota più selvaggia l’avrebbe disgustato.

Era così concentrata a lavare anche l’ultima grinza del suo corpo imperiale da non accorgersi di una presenza. Consapevole che ne fu, cacciò uno strillo, sortì dalla vasca rovesciandola comunque in terra, afferrò una carta velina d’asciugamano ficcandoselo sotto le ascelle in modo da nascondere il paradiso terrestre anteriore dal petto alle ginocchia. E là, coi piedi nudi a mollo nell’acqua già fredda che si perdeva tra le fughe perpendicole delle marmette, chiese: ‘Chi c’è?’

Alle sue spalle, ingoiando l’aria, Ciccillo si distolse dalla osservazione devota di ciò che un fazzoletto rosso volea profanare e si mostrò: ‘Io sono, Rosà’

Rosaria trottolina si girò, arrossendo per aver offerto la visione tal magnificenza che a vuoto faceva deglutire Ciccillo. L’asciugamano semitrasparente che tutto doveva celare ma ogni cosa mostrava non fece altro che irrigidire il disagio di Ciccillo.

‘Che vuoi tu mò? Vattene che mi devo sbrigare che Don Fefè mi aspetta!’

Ciccillo si mangiava le labbra, vergognoso ad andarsene quanto a rimanere. Ma tacere no, tacere non poteva: ‘Non ci andare Rosà. Hai detto che già lo hai fatto divertire, non basta? Per forza al fazzoletto rosso devi arrivare? Ma una porta sana non la vuoi lasciare per chi ti prenderà in sposa?’

‘Ma che te ne frega a te? Quale è il problema tuo? Quando la Tecla e la Carmela mi presero a palazzo me lo dissero chiaro: guarda che le femmine che lavorano per Don Fefè con lui si devono comportare così e così e così. Se per te va tutto bene è apposto, se no ti puè rimanì ammienzu alli terri. E tra farmela mettere an culu da un caporale che mi deve riempire di mazzate, ca mi deve fare fatiare comu a’ n’animali, che mi deve trattare pure da puttana, e la vita tranquilla di palazzo, è meglio mille volte Don Fefè’

‘Non ci andare Rosà!’ – aggiunse Ciccillo con un tono quasi mortificato – ‘ma non ci pensi mai Rosà…una casa, una famiglia…quella che non ho mai avuto…’

‘Sì, e i bambini si crescono cu stu cazzu! E per fare da padrino lo diciamo a Don Fefè,no? Scommetto che è questa l’idea tua! Ma tu sei scemo. Se non vado da lui subito mi butta fuori da palazzo. E se sapesse le tue intenzioni tirerebbe un calcio in culo pure a te!’

‘Lavorerei, sono buono a lavorare, se Don Fefè me ne caccia io il lavoro lo troverei sempre. No’mi ‘mpauru della fatia. Basterebbe che tu rimanessi a casa per crescere i figli, perché io ne voglio molti figli, figli che devono crescere col proprio padre e la propria madre, figli onorati’

‘Oh, sì!…Pieni d’onore e morti di fame. E io a casa ad aspettare uno che quando torna dalla giornata non tiene la forza manco di dire ah alla propria mujieri. Però saremmo onorati, e menchia! Sai dove te lo devi mettere tutto ‘st’onore Ciccì? A una parte che a te manco un fazzoletto rosso poi ti danno!’

Ciccillo si prese la testa tra le mani e se la dondolò: ‘Allora è no? Allora dici no?’

‘Ciccì, io quel fazzoletto rosso lo voglio. Se ci riesco a Don Fefè lo devo fare scoppiare di godimento. Se ci riesco Don Fefè se la deve segnare a rosso la data di oggi. Io a palazzo sto bene. E voglio stare meglio. Ma tutto costa, Ciccì, e a me mi costa un fazzoletto rosso nel cummò. Ma me lo pago contenta Ciccì, io qua sto bene e voglio stare centomila volte meglio di quelle che sono rimaste da dove io me ne sono

andata’.

Ciccillo non replicò perché più niente c’era da dire. Tenendosi ancora la testa tra le mani si perse nelle stanze di palazzo Rizzo Torregiani Cìmboli. La Rosaria si asciugò, indossò una veste leggera che esaltava le forme opime e marciò con passo di parata verso la sala da bagno delle meraviglie.

Ne venne fuori poco meno di un’ora dopo, enigmatica nel viso sghirro, con un fazzoletto rosso al collo.

 

Ciccillo si smarrì nel palazzo con la disperazione per compagna.

Vagava, con passo ora lento ora veloce, sempre tenendosi la testa tra le mani quasi temesse che le orecchie gli si staccassero dal cranio. A tratti emetteva una rùscita di gola, suono che lo rendeva più bestia che cristiano. Gira, gira, arrivò alla cantina, entrò in quell’antro freschissimo che conosceva a menadito, prese un ursùlo da trequarti di litro e lo riempì direttamente dallo zipolo che spillava il capasone di primitivo 14 gradi. Inghiottì in un lampo il vino aspro quasi fosse acqua fresca, così avidamente da non apprezzarne quasi il gusto. Ciccillo si calmò un poco e, per spingere la prima bevuta, buttò giù un altro mezzo litro per buona misura.

Poi acchiappò per il collo due bottiglie di un primitivo 21 gradi più nero dell’anima di un peccatore refrattario al pentimento e uscì da palazzo con le mani occupate dalle bottiglie, dato che le orecchie, pare, ora si reggessero da sole. Il litro abbondante di vino bevuto in quella barbara maniera gli rese rapido e più ordinato il passo anche se le ginocchia cominciavano già a fargli scimbuli-scimbuli.

Palazzo Rizzo Torregiani Cìmboli occupava, maestoso sipario, una intera ala della piazza centrale di Cipièrnola, intitolata alla buonanima di Giuseppe Garibaldi, che però non veniva onorato manco da un busto, un bassorilievo o un monumento equestre. A ben riflettere, in quel paese di baciapile, se proprio non si voleva ricordare visivamente l’Eroe dei Due Mondi in quanto mangiapreti per antonomasia, Garibaldi definì  Papa Pio IX ‘un metro cubo di letame’, almeno si doveva conservare memoria del cavallo.

Sulla Piazza Garibaldi, bene al centro, stava un piccolo palco che andava bene per i comizi, per la messa del Corpus Domini e per le commemorazioni dei defunti.

Al volo Ciccillo ci salì sopra, stappò una bottiglia, ne bevve metà a cannulicchio e si mise a raccontare al mondo il suo dramma dell’amor perduto.

“Cristiani mia che dormite, sentite questa voce che piange nella nottata!” – la voce riecheggiò nella piazza deserta. Raggiunse due scasciamestieri, ancora in giro a dare un senso alle puttanate della vita loro. Incuriositi, si avvicinarono.

“Questa voce è la mia! Io sono, Ciccillo! Tutti mi conoscete, tutti quando mi incontro ‘buongiorno Ciccillo, buonasera Ciccillo ‘ – e sul palco simulava di incrociar persone- ‘ma se tengo necessità di parlare di una cosa che mi scoppia in petto, con chi parlo, ah? Con chi? Non tengo una famiglia io. Non tengo nu frate, una mamma non tengo e mio padre chi sa chi è. Mi hanno cresciuto nella cucina, qua a palazzo ‘ – e con la mano indicò il portone da dove era uscito pochi minuti prima – ‘allattato dal latte che rimaneva nelle menne delle mamme dopo che lo avevano dato ai figli loro. Così sono cresciuto’ – intanto i due sfaccendati, ambedue abbondantemente oltre il quintale, noti amanti della beffa e della crapula, accompagnati per caso da un cane mansueto comparso all’improvviso, seguivano attenti le parole di Ciccillo – ‘e voi pensate che mi sono lamentato? Mai niente ho detto! Ma stasera sto crepato! Lasciatemi sfogare! Io non posso restare in silenzio!’

‘Ciccì!’ – Cumpà Giampiero, uno dei due soggetti, con voce lenta e impastata dalle bevute – ‘che stai facendo là sopra?’

‘Mi sto piangendo i cazzi miei, Cumpà Giampiè…’

‘Ne devi tenere parecchi, no?’ – lu Giusi, l’altro elemento della cumparanza, scursoni dei più perniciosi.

‘Uè Giù…che vuoi: tengo il male d’amore!’ – a Ciccillo il vino lo aveva ormai reso sciolto e pronto ad ogni baldanzosa espressione.

‘Aaaahhhh….’ – a lu Giusi si esibì in quell’atteggiamento a prendere per il culo che gli era proprio e che lo rendeva, a tanti, insopportabile.

‘Sì, il male d’amore tengo!’ – e con due sorsate piene finì la prima bottiglia. Accortosi d’averla svuotata la lanciò dal palco. La bottiglia si infranse con un gran botto spaventando il cane che, accucciato e buono, stava seguendo i discorsi. Il cane, intuendo la mala parata, mise la coda tra le gambe e sparì nella notte.

‘Io alla Rosaria la amavo. Mi piaceva, ci volevo bene. E invece Don Fefè…Non lascia niente! Tutte da lui devono passare!’

“Don Fefè si è aggiustata pure la Rosaria?” – Cumpà Giampiero, con un moto di sorpresa.

“Sì Cumpà Giampiè, te l’ho detto: NON LASCIA NIENTE quello maledetto!”

“E tu a ‘sta piccinna ci volevi bene?”

“Giù, Giù…ci volevo bene? Ma se io l’amavo proprio, l’amavo! Io me la volevo sposare!”

“E mò?”

“E sì, me la piglio adesso così mi raccolgo le bave di Don Fefè…e poi la Rosaria a me non mi vuole…”

“Quella non ti vuole, Don Fefè se la siede e se la sella, ma tu ci vuoi sempre bene e, potendo, te la sposavi perché tieni il male d’amore di quanto sei fesso. Ciccì, ma tu te lo sei spiegato che cos’è questo amore che tanto vai parlando?”

“Giusi mia, hai ragione. Sono un fesso” – stappò la bottiglia rimasta e ne bevve un buon quarto in un solo sorso tant’è che un poco gli sculò dalle labbra bagnandogli di vino la camicia – “ma così è. Tu mi chiedi se so che cos’è l’amore. A me mi sembra che l’amore è come quando ti spezzi una gamba. Prima la tenevi sana, poi -ttà!- un colpo che non sai da dove arriva e che mai avresti voluto, e la gamba è spezzata. E soffri, e ti fa male, e non c’è chi te l’aggiusta, e pure se te la curano, e ci vuole molto tempo, dove si è rotta ti rimane il debole. L’amore ti fa ridere e ti fa piangere quando sei solo, e menomale, che se ti vedesse qualcuno direbbe: ‘quello è scemo ‘, e invece è soltanto innamorato. L’amore ti fa fare progetti manco il meglio ingegnere, perché l’amore dà speranza, ti fa credere nel futuro. Perché, uè Giù, uè Giampiè, senza l’amore un uomo che cos’è? Uno che la mattina si alza e bbà fatia, se guadagna una lira o non sa che se ne deve fare o se la spende a vizi, uno che pensa che domani è come oggi e oggi è come ieri e tutti i giorni sono listessi. Io quando vedevo la Rosaria era come quando accendi una luce dove c’era scuro. Così mi sentivo. Invece a forza di stare in mezzo a quel puttanizio che hanno creato a palazzo la Carmela e la Tecla è diventata come a loro e si è venduta il culo per il benessere” – il ricordo angosciante fu combattuto con una tirata garibaldina alla bottiglia che rimasero solo due dita di vino – “e io adesso non la voglio più” – e rimase un momento in silenzio a ragionare, per quel che gli era possibile – “però la amo lo stesso!” e detto questo si abbandonò ad un pianto alcoolico.

“Mamma, come sta combinato…Giù, aiutami a scenderlo dal palco prima che si fotte abbascio con tutte le scarpe”

“Aspetta Giampiè, aspetta…Uè Ciccì, CICCI’…”- a lu Giusi già era nata la pensata luciferina.

Ciccillo tirò su col naso, si passò sulla faccia la manica della camicia provocando uno schifo, si scuttò la bottiglia depositandola vuota, con delicatezza, sul palco “Che cosa, Giù?”

“Ma perché no li spacchi la capu a Don Fefè? Oggi sei capitato con la Rosaria, domani puoi capitare di nuovo con un’altra. Se non lo fai smettere ne pagherai sempre le conseguenze.”

Dalle impenetrabili nebbie del Primitivo dove Ciccillo era perduto emerse un desiderio di vendetta.

In quel momento si aprì il portone di casa Rizzo Torregiani Cìmboli e ne uscì Don Fefè, fresco come una rosa, che non si accorse di loro e si incamminò verso l’insegna luminosa del Circolo Cittadino di Cipièrnola.

“Ecco l’infamone!” – lu Giusi imboccò la rabbia di Ciccillo.

“Hai ragione Giù, se non gli spacco la testa quello non la finirà mai.”

“Allora aspettalo quanto torna dal Circolo e spacchinci la capu.”

“Così devo fare.”

“Bravo. Mò io e Cumpà Giampiero ce ne andiamo. Per fare il fatto bisogna stare soli. Andiamo Giampiè.”

Allontanatisi Cumpà Giampiero espresse tutte le sue riserve.

“E se lo ammazza veramente? A come va ‘mbriaco quello mica si rende conto…”

“Tranquillo Giampiè, Ciccillo è un fesso e pure che ha bevuto è solo un fesso ‘mbriaco”.

E ridendo anche loro, come il cane mansueto di poco prima, svanirono nella notte.

 

Don Fefè, di cuor contento e panza piena, si vestì con cura ed uscì a piedi, nonostante l’ora tarda, incamminandosi verso il circolo di cui era socio di gran vaglio e principale sostentamento. Benché poco gradisse l’arietta provinciale che lì si respirava ma il circolo era l’unico posto dove poteva trovare uditi adatti per narrar delle licenziosità che si concedeva e di cui amava far cronaca, accompagnandosi a generosi sorsi d’un certo liquore ambrato che gli ricordava Parigi.

Al ritorno, a notte cupa, trovò Ciccillo che lo aspettava sotto palazzo.

‘Ciccì! Ancora in piedi stai?’

Ciccillo, con la faccia di cancrena, diede minaccia: ‘Vi stavo aspettando, Don Fefè’

Don Fefè, a cui il cognac aveva fatto omaggio di un sorriso incosciente: ‘Perché, è successa qualche cosa?’

‘Vi volevo chiedere se siete felice’

‘Per la Madonna, Ciccì, io sono sempre Felice!’ – e giù una risata sulla battuta che aveva lì per lì improvvisato, fece una piroetta, scavalcò Ciccillo prima ancora che questi tentasse una qualsiasi azione, entrò a palazzo e prese a salir le scale di buon passo mentre ancora rideva – ‘Buonanotte Ciccì!’, e al brillo Ciccillo non rimase che osservarne la schiena.

Ciccillo in capo teneva la guerra, chissà che cosa avrebbe voluto fare, chissà che cosa avrebbe voluto dire. Il vino lo aveva reso lento di movimenti e di comprendonio.  Il tonfo di una porta che si chiudeva cresimò la sua delusione. Bestemmiando il suo destino andò a coricarsi pure lui. Al mattino, dopo che per tutta la notte aveva cercato il sonno latitante nella testa che gli scoppiava, riprese come sempre il suo lavoro. Alle due circa, mente  tutti a palazzo  respiravano al fresco,  sentì il  suono di  una  campanella familiare. Salì le scale svelto e aprì una porta che conosceva bene.

 

Dal buio, una voce: ‘Che ora è?’

‘E’ menzatia, Don Fefè’

 

Manduria 9, 10 e 11 aprile 2007

Giuse Alemanno – finito l’11 alle 18.09 – ripreso in giugno e chiuso il 25 alle 13.38

      

8 Risposte leave one →
  1. 2007 Luglio 2

    Che meraviglia… mi dispiace di essere arrivata alla fine.
    Bellissimo. L’ho gustato come un bicchiere di Primitivo.
    Spero non mi faccia male :)

  2. 2007 Luglio 2
    sandrapalombo permalink

    Un racconto che si legge tutto d’un fiato, scorrevole e brillante. Sandra

  3. 2007 Luglio 2

    Lingua impastata tronfia e miserevole, o sottomessa, o pretenziosa, lingua che brucia nelle velleitarie speranze di riscatto, nei ruoli sociali e privati inchiodati da secoli, nel buio ventre di una terra che mesce primitivo sorniona e secca.
    Un abbraccio :)
    e.

  4. 2007 Luglio 3

    Anche io sono rimasta colpita- e vinta- da un uso così “ricco” della lingua, che sa rendere il brano corposo e vivo.

  5. 2007 Luglio 5

    sono grato a ‘viadellebelledonne’ tanto dell’ospitalità quanto dei confortanti commenti.
    grazie

    di cuore

    giuse

  6. 2007 Luglio 5
    viadellebelledonne permalink

    Siamo noi che siamo grate a te per la generosità del tuo contributo. ciao antonella

  7. 2007 Luglio 12
    Angela permalink

    Bravo sig. Alemanno.

  8. 2007 Luglio 13
    Angela permalink

    Per la prima volta dalla parte dell’amore. Ho letto tutto ciò che ha scritto, almeno credo, e nonostante il tono canzonatorio che la qualifica la sua amarezza è più sorridente. La realtà è la realtà. Ingiusta, scontrosa, nera come il primitivo, ma un guizzo di tenerezza si è infilato in questo racconto. Una speranza intravista, un palpito inaspettato. Una svolta, se non nella vita, almeno in se stessi. Bravo.

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