Frammenti di vita – Anja


Cento colpi di spazzola, l’aveva letto una volta su un giornale: una vera signora sa che sono necessari cento colpi di spazzola, tutti i giorni, per avere capelli belli e lucenti. E lei aveva fatto tesoro di questa informazione e non mancava mai di metterla in pratica con la Signora. Dopo averla pettinata, ogni mattina, la guardava nel vecchio specchio, sopra il comò: era ancora bella, i lineamenti fini non si erano involgariti con la malattia e grazie alle sue cure aveva sempre un aspetto molto ordinato. Dopo i capelli, procedeva con un leggero trucco: un fard rosso, non troppo acceso, per dare un tocco di vivacità. Con la punta delle dita, Anna – non Anna, per favore. Il mio nome è Anja! Anja, vi prego… è più dolce e più fine. Per favore… – sfumava la polvere setosa sulle guance della vecchia Signora. Per ultimo un rossetto chiaro e luminoso, – una vera signora mette sempre il rossetto – completava il lavoro. Dopo si sedeva a ricamare, nella poltrona di fianco a quella della Signora.
Le operazioni di pulizia e trucco, le portavano via un’ora buona ogni mattina, ma Anna ci teneva moltissimo. Voleva che la Signora fosse sempre presentabile per eventuali visite, che arrivavano raramente. Passavano spesso la giornata completamente sole. Due donne e un ricamo, sole con i loro pensieri.
Cosa pensasse la Signora, Anna se lo chiedeva spesso. Quando lei era arrivata in Italia e in quella casa, non era ancora malata. Allora andavano a fare lunghe passeggiate e si sedevano sulle panchine nei giardini e poi, tornando, facevano la spesa al mercato rionale.
E la Signora parlava sempre: le raccontava di quando era giovane e i suoi figli erano piccoli e suo marito ancora vivo. E la chiamava Anja, con la voce che scivolava sulle sillabe e addolciva la mattina: “Anja, cara, aiutami a pettinarmi, per favore. Il mio braccio non vuol saperne di muoversi, stamattina.”
E lei la pettinava e l’aiutava a truccarsi, le metteva la collana di perle bianche, quella che le aveva regalato il marito tanti anni prima. Dopo andavano a passeggiare, anche quando pioveva, al riparo di antichi portici col pavimento consumato dai passi frettolosi e incuranti, di persone che non guardavano in faccia a nessuno.
I figli della Signora venivano a trovare la mamma molto spesso, in quei giorni. Si fermavano a cenare tutti insieme e portavano i bambini dalla nonna. La casa era piena di rumore, allora, e Anna preparava sempre dei dolci per la merenda dei bambini. Li adorava, perché le ricordavano la sua piccola Valentina, di quattro anni, che era in Moldavia con i nonni. La sua dolce bambina, che non vedeva da quattordici mesi, aveva i capelli biondi, legati in due grosse trecce e lei le metteva sempre i nastri uguali al vestito, dopo averle pettinato i capelli con i famosi cento colpi di spazzola. Le dispiaceva di non essere insieme alla sua bambina, ma era senza lavoro, in Moldavia, ed era venuta in Italia per guadagnare qualcosa da mandare alla famiglia.
Poi aveva conosciuto la Signora e si era affezionata a lei e dopo, quando lei si era ammalata, non aveva avuto cuore di lasciarla. E i soldi non bastavano mai.
Così, adesso, Anna trascorreva le sue giornate in silenzio, accudendo a quella Signora così fine e dolce: l’unica che, quando parlava, la chiamava con il suo vero nome. Adesso non parlava più e Anna pensava anche che non la riconoscesse e sperava che non capisse cosa succedeva intorno a lei. Meglio così. Se si rendesse conto delle sue condizioni, ne soffrirebbe. Lei così fine ed educata, vedersi in questo modo, completamente dipendente dagli altri, anche per le cose più banali…
I figli della Signora volevano bene ad Anna e la lodavano con amici e parenti:
“Com’è dolce, Anna! Pensa alla mamma con una devozione unica, la lava, la veste e poi la pettina per ore, la trucca, le mette la collana di papà…sembra quasi che giochi con la bambola. Che fortuna averla trovata!”
… Anna, Anna, Anna! Anja, mi chiamo Anja…è più dolce, più fine… per favore, chiamatemi Anja…
Le giornate si trascinavano sempre uguali e diventò difficile distinguere i giorni della settimana. Non uscivano più ormai: la Signora non poteva quasi camminare, e passavano le giornate, due donne sole, sedute nella poltrona dei ricordi e dei rimpianti.
Anna pensava sempre a Valentina, ai suoi riccioli biondi che qualcun altro avrebbe pettinato. Chissà se le daranno tutti i giorni, i cento colpi di spazzola? Chi si curerà di abbinare i nastri al vestito? Cosa dirà la mia bambina del fatto che non sono insieme a lei?
Pensava queste cose e tremava. Era un grande dolore rimanere separata dalla sua bambina, e adesso non aveva neanche la soddisfazione di parlare con la Signora. A lei poteva raccontare di Valentina e di come era bella; la Signora la capiva, perché anche lei adorava i bambini. Dopo, a tutte e due, scappava una lacrimuccia. Ma era una lacrima dolce, condivisa dall’amicizia.
Queste confidenze le mancavano molto, ormai le giornate erano silenziose e spesse come cotone idrofilo, e lei pensava e rimuginava tra sé, il suo disagio.
Anche quella mattina, mentre pettinava la Signora, pensava a queste cose, nel silenzio della casa vuota… ottantatré, ottantaquattro, ottantacinque…vorrei spazzolare i bei capelli di Valentina…
La porta si aprì con un rumore secco e risuonò la voce del figlio della Signora:
“Anna, dove siete? Sono arrivato, per portare mamma dal medico…” Anja, per favore…
Con uno strappo secco, Anja tirò la spazzola e alcuni capelli vennero via insieme alle setole. Il risentimento le accecò gli occhi, insieme alle lacrime, e le impedì di vedere bene la figura allo specchio.
Non si accorse, così, che una lacrima scendeva sulle gote della Signora.

About these ads
Questa voce è stata pubblicata in Morena Fanti, Racconti. Contrassegna il permalink.

7 risposte a Frammenti di vita – Anja

  1. una scrittura lieve e scorrevole, la tua, per una storia di dolente e vera umanità…mi ha fatto pensare a tante donne, che sono oggi in questa condizione , quella di Anja e quella della Signora, strette da un legame speciale che solo loro capiscono
    ciao
    marina

  2. Blumy scrive:

    tenero compassionevole racconto nel quale molti di noi , direttamente o indirettamente si ritrovano (mia madre fu accudita come una bambina fino agli ottanta anni perchè l’Alzheimer l’aveva fatta regredire ad una sorta di ottusa infanzia) e tu l’hai raccontato con grazia e quella tenera partecipazione che hanno le donne nel raccontare di altre donne (a meno che non ci sia qualcosa di ‘tuo’, nel racconto …)

  3. morenafanti scrive:

    Nulla di mio. Solo le parole :)

  4. sandrapalombo scrive:

    Un tema attuale descritto nei suoi tratti essenziali : la vecchiaia, il rapporto con la famiglia, la badante lontana da casa e il rapporto unico che si crea tra chi assiste e chi si lascia assistere come fosse un bambino.
    Un racconto che ho apprezzato molto, scritto con scioltezza che non cade nella retorica.

    Sandra

  5. michele scrive:

    Dolce e delicato il racconto che unisce due donne in un destino diverso ma simile. Unite e separate dalla crudeltà della famiglia e dalla sopravvivenza. Ritratto vero che molti di noi conoscono.
    Michele

  6. Lucianna Argentino scrive:

    “Sonia viene dall’Ucraina e sono due anni che non vede la figlia, l’ha lasciata quando aveva solo sette mesi a una vicina di casa ed è venuta in Italia a cercare lavoro. Fa la “nonna sitter” mi dice scherzando e solo da poco ha ottenuto il permesso di soggiorno e potrebbe andare a rivedere la sua bambina per la quale “mamma” è solo una voce al telefono… Ma la signora ha detto che potrà partire solo dopo l’estate perché c’è la nonna da portare in villeggiatura e nel dirmi questo gli occhi le hanno tremato di nostalgia e rassegnazione.”

    Un piccolo frammento di assonanze tratto da un testo a cui sto ancora lavorando. Grazie Morena.
    Lucianna

  7. margherita scrive:

    il tuo racconto scorre via come le parole non dette, le lacrime
    versate. questa è una realtà che incontro ogni mattina quando
    passo a salutare mia madre e Njole due donne che si scambiano confidenze come bambine che stanno giocando
    con le loro vite vissute in un salotto/cucina, pochi metri quadri
    per esplorare nostalgie, inquietudini, dure rassegnazioni.. porto loro i dolci a sera per vederle sorridere.
    grazie, morena
    margherita

    aggiungo dei versi scritti un paio di anni fa

    la moldava ti fa i ricci, lima le tue unghie,
    t’acconcia dei vestiti fuori taglia attorno al seno,
    poi quando chini il capo per leggere il vangelo
    abbassa il volume di una radio non ancora in sintonia

    socchiudo l’uscio, vengo a prendermi il ramo dell’ulivo
    che conservi in grembo dalla domenica passata e che io,
    figlia negligente, ti ho lasciato in cura

    quasi per inciso dici: Margherita, è la settimana santa
    non guardo il Bell’Antonio per far piacere a dio

    ma tu, che credi? che dio si perda fra le pieghe
    di un programma o nei dolci che divoro a sera?
    che ti chieda di soffrire ancora?
    non sei tu che riscatti le pene della croce,
    già porti la tua inventando il giorno

    se vuoi ti saldo io la pasqua sulla pelle
    passandoti mandorle candite e vino dolce

    io che ti amo donna non madre con il saio

    se negarsi ai baci indurisce il il cuore
    ora rubali nei sogni, ridi alle canzoni,
    lascia al cielo i suoi bocconi amari

    senza salmi né reliquie ritorna al sole

    25 marzo 2005

I commenti sono chiusi.