Indicazioni per una poesia sulla guerra – di Enrico Cerquiglini


 

(ad uso e consumo di giovani facitori di versi)

 

Il grande poeta deve, con tono alto e solenne, ripudiare la guerra (in alternativa con tono polemico e anticonformista, esaltarla come “sola igiene del mondo”, come rimedio alla sovrappopolazione; esaltare l’eccidio, la deflagrazione, la lucentezza delle bombe, delle ogive, l’ardire dei missili, l’ebbrezza dell’obiettivo

intelligentemente centrato, il nemico in “dua pezzi”, la coreografia dell’esplosione, dell’incendio, del napalm, esaltare l’eroismo degli eroi amputati, dei raccolti brandelli, ecc).

Ma se il poeta punta al Nobel, magari per assicurarsi una dignitosa vecchiaia, è indubbiamente da preferire la prima ipotesi.

Fare spesso riferimento agli eccidi del Novecento: Auschwitz, Dachau, Buchenwald, Mauthausen, i gulag, le foibe (meglio non citare, se non di passaggio, armeni, ruandesi, indonesiani, curdi).

Se si vogliono citare vittime che siano bianche, con madri in lacrime, padri reduci, con fidanzate e/o mogli in preda alla disperazione ma fiere delle eroiche morti del fidanzato/marito. Non risparmiare “urla nere”, “figli crocefissi”, “compagni massacrati”, “morti abbandonati”, “piedi stranieri sopra i cuori”, “campane ferite”, “macerie”, “mani che spuntano dalla terra”, “vittime sacrificali”, riferimenti biblici (scontato Caino e Abele, inflazionato Isacco, cercare episodi minimi o ambigui, citare profeti minori, evangelisti – ufficiali e apocrifi -. San Paolo va rivalutato, così come Tommaso d’Aquino e Ignazio da Loyola).

Fornirsi di termini tecnici: blitz, guerra umanitaria, top gun, bombe intelligenti, danni collaterali, guerra preventiva, obiettivo strategico, ecc da disseminare a caso nei versi; cercare sulle carte geografiche nomi ad effetto, poetici (qualora non se ne trovino: inventateli! Nessuno si prenderà la briga di controllare e se anche lo facesse resterebbe col dubbio di aver consultato una carta che non riporta piccoli villaggi).

Schierarsi sempre dalla parte del vincitore, esaltandone il grado di civiltà, l’impegno profuso, il disinteresse, l’eroismo dei soldati, le superiori capacita strategiche dei comandi. Per esaltare le gesta dei vincitori, l’eroismo della truppa si può anche moltiplicare il numero dei nemici. Esempio: 10000 soldati male armati, affamati, rimasti tagliati fuori dalla ritirata, senza armamenti pesanti, senza copertura aerea, senza munizioni, possono anche diventare 100.000 uomini dei corpi speciali, addestrati benissimo, armati fino ai denti, dotati di micidiali armi, capaci di abbattere aerei da combattimento a 45/50 km di distanza. Armi naturalmente di fabbricazione russo-sovietica. Trasformare nei versi ogni polvere (talco, sabbia, farina, trinciato forte, mangime, latte in polvere, cipria) in pericolose armi di distruzione di massa. Il nemico è sempre: violento, incivile, totalitario, stupratore di donne, vecchi e bambini; seguace di una religione assassina e primitiva; pronto a colpire alle spalle, aduso all’inganno, alla trappola, all’imboscata. Il nemico è terrorista e adopera come armi bambini, donne, vecchi, animali (anche da cortile) e giocattoli.

Da ricordare: il palestinese che uccide un israeliano è razzista e filonazista; l’israeliano che uccide un palestinese è un difensore della propria identità etnicoreligiosa e della libertà. I russi che divisero Berlino col muro commisero un crimine contro l’umanità, gli israeliani erigono una barriera per legittima difesa. I russi erano cattivi fino al 1990 circa (gulag, purghe staliniane, deportazioni). Da Gorbaciov ad oggi sono buoni, si comportano da bravi alleati, combattono il terrorismo in Cecenia e appartengono ormai al mondo democratico e civile

(hanno smesso di mangiare i bambini!). Mostrare sempre i soldati bianchi come i più pietosi. Tacere degli eventuali eccessi di nervosismo, dell’esuberanza erotica, dell’abuso delle armi.

Attribuire all’attentato alle Due torri ogni catastrofica conseguenza (economica, ecologica, finanziaria, politica e sportiva).

Argomenti consigliati: dopo l’11 settembre il baseball non è più lo stesso: il panda è sempre più irrequieto; le balene si sono suicidate in massa sulle coste delle isole di mari del sud; secondo alcuni economisti, l’11 settembre sarebbe causa della crisi del ’29, della morte dei Kennedy e di Martin Luther King.

Nessun collegamento, per ora, con la peste del 1348 né col terremoto di Lisbona. Anche se la peste… Granada… la Spagna… Nessun collegamento con il diluvio universale.

Dare epicità alla guerra, citare Omero a volontà, tranne l’inganno del cavallo di Troia. Attribuire al nemico un comportamento antisportivo e disumano con gli eventuali prigionieri: li sevizia, li priva della libertà di parola e di pensiero. I nostri invece amano il nemico: lo spulciano, ne esplorano gli orifizi a scopi medici e tutto debitamente documentato dalle telecamere. Al nemico noi diamo dignità, lo trattiamo amorevolmente e con tutte le cure del caso. Guantanamo docet.

Nobilitare sempre l’intervento militare come triste necessità, minore dei mali, impegno disinteressato, umanitario. Nessun cenno agli appalti per la ricostruzione assegnati prima dell’inizio dei combattimenti.

Il vero poeta di guerra usa un blocnotes tascabile. Guarda la guerra con schifo e compiacimento. In ogni colpo c’è poesia, vita, sangue che scorre, terra martoriata, bruciata, bucata, arata. Scrive versi brevi, come spari isolati. Come asole da baionette. Parole in solitudine come soldati di fronte alla morte. Accetta il sudore e sopporta le marce. Cita Dante nei tempi morti. Ricorda immagini di film in bianco e nero e John Wayne impavido che avanza contro i luridi musi gialli, contro il vero, unico nemico: la vita.

Il poeta deve saper pesare i morti, come il pubblicitario; deve capire che il morto dei nostri ha un nome, un volto, un corpo, affetti recisi mentre il nemico è anonimo, senza corpo, senza affetti, una spietata macchina da guerra che cerca nella giugulare dei nostri di saziare la sua sete di sangue, di morte, di devastazione. Il vero nemico è sempre il contrario del nostro soldato ideale. Noi si combatte per ideali, gli altri per lo sporco potere, per negare la libertà. Noi si è sempre nel Giusto, il nemico spaccia per giusto l’arbitrio, la violenza, la sopraffazione. Noi siamo i colti, civili, destinati a “sorti magnifiche e progressive”, gli altri sono gli oscurantisti, il male incarnato, la sordità mentale, l’aridità dei sentimenti. In noi prevale la cautela, l’umanità (“bisogna uccidere solo quando è necessario”) nel nemico prevale la ferocia, il gusto della crudeltà, il piacere del sangue misto alla sabbia. Il nostro soldato uccide sempre controvoglia, ha le lacrime agli occhi quand’è costretto a premere il grilletto, a lanciare la granata, a sganciare l’atomica. Il nemico uccide con gioia, rabbioso, gode ad immergere le mani nel sangue, a strappare cuori dai costati a mordere intestini. E questo un poeta che vuol svolgere il suo ruolo civile, deve saperlo cantare, metterlo in rima.

Mai il poeta deve far menzione dell’uso di sostanze stupefacenti da parte dei nostri eroici soldati, della depressione che li attanaglia nel dopoguerra, delle malattie che contraggono nel maneggiare uranio più o meno povero, armi più o meno convenzionali, degli shock da combattimento, dei mutilati lasciati a marcire in ospedali ricoveri. Deve esaltare l’eroismo del soldato e la genialità dei comandi che hanno ottenuto il massimo riducendo al minimo il numero dei morti tra i nostri e tra i nemici. Deve esaltare la dedizione delle infermiere, dei medici e delle autorità medaglianti.

 

Quando vado, senza il fardello della vita, tra le pietre del passato, lentamente, in

me conchiuso, avverto una profonda armonia col tutto. Nulla di panico, né di

pianificato. Non ho corpo che mi ingombri in mille rivoli di sorrisi o ghigni e la

tristezza, se di questo si tratta, non risponde a ciò che provo. Una percezione

diretta delle cose, della gente mi apre scorci di verità. Tutto per un attimo è

chiaro, persino il fondo di occhi che non oso guardare. In questo andare mi

perdo senza avvertire affanni o l’ansimare degli anni. Sento che è possibile

vivere in ogni corpo, in ogni storia. Sono il vecchio che stenta il passo e aspetta

temendo la morte; la donna di casa che sceglie le verdure al mercato; il signore

in cravatta che fiuta nell’aria l’andamento della borsa; il fanciullo che in azzurro

grembiule torna verso casa, appesantito e curioso; il giovincello al primo

appuntamento d’amore e la ragazzina che lo attende in eccitato imbarazzo. Sono

il prete dalla salda fede e l’ateo blasfemo che inveisce al suo passaggio. Sono

anche le pietre che calpesto e l’aria, e il sole, e le nubi…

Appena un suono domestico mi ricorda chi per gli altri sono tutto svanisce.

Torna in mostro nella tristezza un sorriso e dove s’annidava la pienezza del

mondo un brivido rende tutto solitamente cupo e non so che tacere al tuo

sguardo.

 

Da Lacerti Critici

pubblicato sul blog tra nebbia e fango

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10 risposte a Indicazioni per una poesia sulla guerra – di Enrico Cerquiglini

  1. viadellebelledonne scrive:

    Ringrazio Enrico per avermi dato l’autorizzazione a pubblicare queste sue indicazioni rivolte ai giovani facitori di versi che hanno aspirazioni a vincere il nobel da cui si evince senza ombra di dubbio che la guerra in poesia vince sempre a patto di seguire pedissequamente le tali indicazioni :-) antonella

  2. dariodangelo scrive:

    Purtroppo le tue indicazioni sono già state fatte proprie da altre categorie (giornalisti in carriera, politici riciclati, ex scrittori di successo, etc.)

    Dario D’Angelo

    ps Se non si fosse capito lettura molto apprezzata :-)

  3. doppiocaos scrive:

    Grande questo pezzo, indimenticabile, geniale, mordente. Ammiratissima, applaudo un maestro.
    Chiara

  4. Antonio Fiori scrive:

    La guerra,tragico meta-evento che l’Apocalisse pone fuori del tempo e della storia, come guerra tra le forze angeliche del bene e del male. Credo che su l’uomo non faccia che riflettersi come destino, come evento che quando diventa suo, fatto storico, è anche dolorosa cartina al tornasole del bene e del male, capace di far emergere eroismi come di esaltare cattiverie pre esistenti. L’artista? Anche lui è un uomo, forse più fragile e immaturo degli altri per affrontare gli eventi.
    Antonio

  5. molesini scrive:

    da noi , nel veronese suburbano, si dice ” no bisogna niente, bisogna morir”, come a togliere potenza alla strafila dei “devi” e riconquistare un pelo di buona distanza dalle cose imposte.

  6. Pingback: Indicazioni per una poesia sulla guerra - di Enrico Cerquiglini « letture e scritture

  7. gugl scrive:

    ciao Enrico, pezzo che taglia i ponti con la poesia di potere, con la poesia?

  8. Grazie a tutti della pazienza mostrata nel leggere questo testo.
    In questo testo ho solo voluto evidenziare come i poeti, alcuni poeti, anche nobilitati dal Nobel, scrivono sermoncini adatti a quietare coscienze con un generico quanto ossessivo linguaggio pseudo-impegnato che si guarda dallo scendere nelle cause, nei motivi che generano guerre e morte. Ottimi poeti che esaltano la guerra, o almeno non la condannano, possono poi ergersi a maestrini della pace in nome di un generico umanitarismo da Nobel?
    I ponti con la la poesia di potere, caro Stefano, li ho tagliati fa tempo. Con la poesia tout court, non ancora, spero sempre che qualche voce riesca a scendere nelle cose e leggerle e dirle “nulla al ver detraendo”.

    Enrico

  9. gugl scrive:

    sì, intedevo infatti: può la poesia farsi aggettivo della pedagogia? direi di no, come tu confermi.

  10. mariapia scrive:

    Concordi con gugl .. e apprezzo Enrico, il suo intento.
    Maria Pia Quintavalla

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