La Haka e la poesia di Antonella Pizzo

La comunicazione in natura per essere efficace si basa sulla ripetizione del segnale. Così fanno gli uccellini nei nidi, pigolano incessantemente per comunicare alla madre il bisogno di cibo, così i lupi nei boschi, così il cane quando insistentemente abbaia per comunicare al padrone che un ladro si sta introducendo in casa. Naturalmente non potrebbe essere diversa la comunicazione fra gli uomini. All’alba del tempo, quando gli uomini abitavano nelle caverne e l’uomo non era ancora quello che oggi chiamiamo Homo sapiens sapiens, si usavano le conchiglie e i tronchi cavi per amplificare i suoni. Nelle tribù primitive, che ancora oggi popolano il nostro pianeta, sono comuni i canti accompagnati dalle percussioni. La parola è suono prima di essere segno scritto. Il ritmo e la ripetizione di elementi sonori servono a ricordare meglio, ad affermare, sono necessari alla trasmissione delle conoscenze acquisite e quindi aiutano l’apprendimento e l’accrescimento della cultura.
Credo che a tutti sia capitato di assistere in televisione alla danza che i giocatori della squadra di rugby della Nuova Zelanda, gli All Blacks (Tutti Neri), fanno prima di iniziare la partita. E’ uno spettacolo unico nel suo genere, nonché molto coinvolgente dal punto di vista emotivo. La prima volta che li vidi danzare e cantare ne restai profondamente colpita. Il messaggio che riescono a trasmettere con questa danza-canto è possente, una perfetta combinazione di forza, decisione, determinazione, suono, movimento, ritmo, sincronia, coordinamento, metro, metrica. Non si può fare a meno di pensare: è l’uomo che danza e la danza è l’uomo, è l’uomo del coraggio e il coraggio è dell’uomo, è l’uomo che canta e il canto è l’uomo, è l’uomo che parla e la parola è dell’uomo. La danza-canto si chiama Haka. L’abate benedettino Felice Vaggioli, che nell’ ottocento per un lungo periodo soggiornò in Nuova Zelanda, però la descrisse così:
“Non vi è una favella che possa descrivere al vero questa danza orrenda. (…) Colla regolarità di un reggimento in manovra, ciascuno di quei selvaggi alzava la gamba e la parte destra del corpo e poi la gamba e la parte sinistra, indi colla velocità di un baleno saltavano in aria all’altezza di sessanta centimetri, brandendo e fendendo l’aria colle armi e urlando una spaventosa canzone marziale, la quale finiva con un lungo, profondo, ed espressivo sospiro. Questa musica infernale, vero pandemonio, era accompagnata da bocche spalancate e spumanti, da turgide narici, da visi distorti, da lingue pendenti mezzo palmo dalla bocca, da occhi spalancati, sanguigni e quasi uscenti dalle orbite (…)”.
Nello specifico, la Haka che fanno i giocatori di rugby, si chiama Ka mate ed è stata composta attorno nel 1820 da Te Rauparaha un capo maori della Tribù di Ngati Toa (situata a nord dell’attuale città di Wellington). Si narra che Te Rauparaha inseguito dai nemici, chiese all’amico Te Whareangi di proteggerlo. L’amico lo nascose in una fossa a guardia della quale mise la moglie Te Rangikoaera, perchè i Maori credevano che i genitali femminili avessero una funzione protettiva. All’arrivo degli inseguitori, il re mormorò Ka mate (muoio), ma quando gli avversari si allontanarono disse sollevato Ka ora (vivo) e ringraziò l’amico che gli aveva dato la possibilità di rivedere “il sole che splende” con una danza.
Riporto di seguito il testo con la relativa traduzione.
RINGA PAKIA
UMA TIRAHA
TURI WHATIA
HOPE WHAI AKE
WAEWAE TAKAHIA KIA KINO
………
KA MATE KA MATE
KA ORA KA ORA
KA MATE KA MATE
KA ORA KA ORA
TENEI TE TANGATA PUHURUHURU
NANA I TIKI MAI WHAKAWHITI TE RA
UPANE UPANE
UPANE KAUPANE
WHITI TE RA
Tira in fuori il petto
Batti le mani sulle cosce
Piega le ginocchia
Segui con le anche
Batti il piede più forte che puoi
…….
E’ la morte E’ la morte
E’ la vita E’ la vita
E’ la morte E’ la morte
E’ la vita E’ la vita
Questo è l’uomo dai lunghi capelli
Che ha fatto splendere di nuovo il sole per me
Su per la scala Su per la scala
Sino alla cima
Il sole risplende!
Nella Haka tutto il corpo viene coinvolto, l’Haka è ritmo, movimento, recitazione, le parole si fanno ritmo, movimento, respiro, unione.
La parola Haka è formata da due parti: Ha che vuol dire soffio, e Ka che significa infuocare. Quindi Haka significa “accendere il respiro”. Secondo i maori la prima Haka l’uomo la esegue dentro l’utero materno, ancor prima di nascere, perchè attraverso il cordone ombelicale l’energia della madre passa al figlio, e anche il respiro è lo stesso respiro. Penso che la madre possa essere intesa anche come la madre terra, la madre natura. L’Haka è quindi un modo di ricongiungersi ad essa, alla madre, all’alito del mondo. Un ritornare dentro l’utero per poi rinascere. Mediante l’Haka si risveglia il respiro, si rinvigorisce il corpo, si alimenta lo spirito. L’Haka dà energia. La poesia, che in un certo senso è figlia della Haka e dei canti tribali, dovrebbe essere così. Dovrebbe trasmettere un messaggio, dare energia, forza, coraggio, infondere speranza, ricongiungerci all’alito del mondo.
pubblicato nella rivista L’Attenzione





Molto interessante, Anto, questo tuo nesso tra poesia e Haka. Sono andata a rivedermi su Youtube qualche video di dance Maori, in performance a teatro e sul playground, perchè sempre mi affascina.
http://www.youtube.com/watch?v=kd0kDxP04eI&mode=related&search=
eccone uno.
grazie ancora: quello che scrivi è interessantissimo, e anche utile la traduzione che correda il testo in lingua originale, che non conoscevo ancora.
a presto cara, erminia
Però… che danza! Confesso la mia ignoranza. Non conoscevo questo tito e la sua origine. Sandra
Non potendo assistere di persona ..bisognerebbe passare la vita a viaggiare, son ben felice di quanto proposto da documentari televisivi, o articoli, come ora qui, che permettono di conoscere tradizioni che, seppur diverse, hanno affinità con le nostre, se non altro nello spirito, perché l’uomo, ad ogni livello, ad ogni latitudine, cerca comunque la magìa del soffio vitale ..”Nel cielo senza limiti/sconfina la tua anima.”
Ka ora, Anto. Anche te!
Grazie del testo, e un bacio
noi occidentali, con i nostri fast food, le sedie in ufficio, le poltrone a casa, i cellulari, le nevrosi, gli psicananalisti, quanto avremmo da imparare da quelli che, spesso e volentieri, chiamiamo ancora popoli primitivi !
E’ la vita E’ la vita
E’ la morte E’ la morte
bellissimo
si, un grazie grande per averne rintracciato testo e traduzione.
La seconda parte è strepitosa.
sì infatti, versi di splendida spinta trascendente, oltre che di una schiacciante logica terrena, guerriera, che significa “siamo pronti a tutto! quello che ci aspetta ci immola.” Il rito tribale portato allo stadio e ripreso dalle telecamere contro le facce sbigottite delle squadre rivali, è la cosa più affascinante di tutte per me.
E’ la vita E’ la vita
E’ la morte E’ la morte
aggiungo sperando di farvi cosa gradita, cari amici, questo filmato sempre preso da Youtube su due squadre, entrambe neo-zelandesi, che fanno la Maori Haka dance l’una contro l’altra.
E’ uno spettacolo abbastanza sorprendende: due gruppi a confronto con stili diversi, o meglio variazioni sul tema.
Verificate voi stessi:
http://www.youtube.com/watch?v=YOWy1vHrpxo&mode=related&search=
ciao adesso
leggendo i commenti ho visto che ho scritto tito…..:-) danza…chissà com’è uscito. Scusate. Sandra
ecco volevo scrivere rito! S.
Grazie Antonella per averci soffiato con entusiasmo questo vento tracimante dentro il corpo, danzanima che non conoscevo…
e.
e poi diciamoci la verità, la foto: è fantastica! e che danza, che energia! io mi ci appassiono
))))
sì giusto, il sogno/terrore di ogni donna/uomo primitiva/o deve essere forse stato quello di trovarsi davanti un guerriero Maori infocato/incavolato!
grazie erminia, ho visto i video, fantastici! è una di quelle cose che vorrei vedere dal vivo. antonella
il tuo pezzo sulla haka è strepitoso, perchè la haka è forza vitale allo stato primigenio, e, poichè tu sei una donna sicilana sì ma forse anche un po’ maora ( come molte donne nel loro intimo più profondo sono, ma a volte, temono di riconoscerlo) così- suppongo – hai voluto darci un’iniezione di energia
grazie per questo!
aggiungo, che personalmente da due anni sto facendo un’esperienza (purtroppo, d’estate facciamo pausa) in apparenza diversissima dalla haka, ma che invece presenta alcune caratteristiche in comune, ed è il canto gospel:
intanto, c’è la forza del gruppo, da soli solo alcuni hanno voce, insieme anche i timidi si esaltano e la tirano fuori; poi, c’è il ritmo, quando entri nel ritmo, lo assecondi, ti dai da fare con la voce e con tutto il corpo, allora ti dà di quelle scariche di adrenalina!
marina
C’è dunque un filo conduttore tra le figure retoriche della ripetizione e della rima, i refrain del canto, la Haka, i mantra orientali…la comune funzione di conservazione delle conoscenze e di ausilio all’apprendimento. E’ sempre utile ricordarlo, specie attraverso approfondimenti come questo…
Antonio
Ah la Haka, quanto mi piace! Fantastica e liberatoria. Potenza primitiva ma anche, ora che per la prima volta leggo la traduzione, grande espressività poetica. Grazie Antonella! Certe giornate, bisognerebbe proprio iniziarle con una bella Haka in cucina, per esorcizzare i nemici che ci aspettano a ogni angolo…
Chiara
Ineressantissimo questo tuo articolo, e il nesso fra suono/canto/poesia che si perde nei secoli. Un canto/poesia fatto di forza e di vita. Letto con molto piacere
Ciao Antonella.
Grazie a tutti voi per la lettura e l’attenzione. Chiara la Haka in cucina sarebbe un’idea! Marina interessante questa tua esperienza del canto gospel, un’altra cosa che mi affascina. bacioni domenicali a.
Sì, Antonella davvero interessante ed emozionante… i Maori sono davvero affascinanti (mi viene tra l’altro in mente il bellissimo film “Lezioni di piano”) Il tuo articolo mi ha ricordato anche che mesi fa in un documentario dissero che probabilmente un tempo (molto tempo fa!) cantavamo come fanno ancora oggi alcune scimmie del Borneo che attraverso il canto esprimono la loro reciproca fedeltà. Questa notizia mi colpì moltissimo e ho subito pensato che forse con la poesia cerchiamo di placare la nostalgia per quell’antico canto perduto… (e forse una fedeltà alla vita?). Una buona domenica a tutte! Lucianna
antonella. hai scritto un gran bel pezzo. gran bel pezzo. complimenti.
paola
Il canto gospel, Marina?! Voglio farlo anch’io!!!
)
Chissà che poesie tiri fuori dopo aver ‘gospeliato’..
Bello il nesso tra poesia e Haka nell’articolo.
Un ciao a tutti.
Ka ora ka ora!
un saluto speciale a paola che ogni tanto viene a trovarci. a.
Pensa che la settimana scorsa l’ho danzata, divertendomi moltissimo, per un corso di aggiornamento scolastico.
Avvertire della propria “possanza” prima di arrivare allo scontro fisico è pratica antica e diffusa… ben lontana dagli attacchi “preventivi”
Dario D’Angelo
No, dico: pensare che ognuno di noi, prima di affrontare anche solo quelle che sono seccature quotidiane, si zavorra di viatici artificiali di vario genere e stupidità, dall’alcool alla caffeina alla nicotina a tutto il resto, quando invece dovremmo sfruttare questi metodi primitivi (in fondo hanno permesso all’umanità di sopravvivere) e recuperare, insieme alla corporeità, la grinta, la fiducia, la combattività, risvegliare il guerriero che c’è in noi. Incanalare in una carica positiva le tensioni inconcludenti. Una haka prima di entrare in classe (sai che bello, maestri e scolari in cortile!), prima di aprire al pubblico il negozio o l’ufficio oppure – se si è pubblico – prima di affrontare commesse e impiegati sgarbati… La haka ci salverà, augh!
Ciao Chiara scrivere una poesia in cucina spesso ha lo stesso effetto dell’Haka. Dario non ti sembra strano quello che dici? Non è che l’haka la si incontri tutti i giorni, tu in una settimana l’hai incontrata due volte. che si un buon segno? ciao antonella
..ho assistito dal vivo ( in un teatro a roma)…ad una coinvolgente danza HAKA….davvero struggente…consiglio a tutti/e ….di provare l’emozione…ciao
sono appassionata di rugby..per vari motivi…e l’haka è una delle cose più belle del rugby, sano sport