
Il lavoro del becchino è necessario e anche quello del poeta
non è male, il cuoco affetta la fronte, inarca la schiena
dà il colpo finale e gira la poltiglia
la pentola bolle. Lasciatemi alzare le ali dico
lasciatemi volare, prego, se voglio, che questo peso
inutilmente mi trattiene
e tiene alle mammelle gonfie che mi disgusta
il latte saporoso e i baci, la bocca chiudo
schiudo il ventre stretto, stretta la via
dite la vostra
amoressia la mia
che rara malattia
è scritto sulla cartella clinica
ricordo bene che fu l’infermiera grassa
con la coda vaccina e il sanguinaccio
che mise un’altra gamba, fece un treppiedi
storto, un barbecue dove arrostì le costolette
e l’anca.
Amoressia
10 domenica giu 2007
Pubblicato in Pizzo Antonella, Poesia
Un capriccio di tutto rispetto, mooolto Greenaway, Antonella!
E io adoro Greenaway!!
e quel titolo:
crudele e fiero quanto basta da stimolarmi in innesti delittuosi.
Mi sta bene, così imparo!
Riuscitissima, da premio!
Non è semplice così, con l’ironia a testa alta senza falsi paternalismi.
Scorrevole, fantasiosa, ironica, pungente, originale;
troppi attributi da assegnare a questa perla che beffa con garbo mantenendo le distanze com’è giusto che sia.
L’ultima parte è vertigine esaltante, compimento di maniera; quelle costolette nude… gli arti proclamati come una bandiera smessa, offerta in pasto ai “porci” come punizione propria ed estera.
Da analizzare ancora.
Immensamente bella!
… bell’ironia a.
Complimenti
Un abbraccio Mapi
Una visuale rovesciata, come un vaso che si libera d’acqua e fiori, molto bella.
E’ riuscitissima , verso dopo verso, da premio come ha scritto Teresa. Complimenti! Sandra
grazie, scrivo spesso poesie ironiche, anche se questa non lo è del tutto. ciao a.
beh, e’ sicuramente un’ironia amara, ma non e’ nemmeno tragedia. Scrivi in bilico perfetto di un argomento difficile senza mai cadere nello scontato o nel patetico, eppure c’e’ pathos, qui. C’e’ anche pathos, insomma, insieme all’ironia…
Molto molto brava ed originale.
Ci penso da ieri, a questo pezzo. Non riesco ad archiviarlo, perché colpisce nel segno e un segno lo lascia. Antonella, questa tua, chiamiamola, satira ha qualcosa di “feroce”, e bada che è un complimento. Brava, accidenti.
Chiara
grazie ragazze non so che dirvi, mi fa piacere in verità. a.
è vero, come al solito sfuggi ad ogni facile (o difficile) archiviazione…e allora, non bisogna circuire di parole, definire, rinchiudere la tua poesia: bisogna leggerla e basta:-)
marina r
che alla fine, alla fine del mondo – ma tutto suggerisce che l’amoressia abbia ridotto all’osso gli uomini già da tanto tempo prima – rimane la diagnosi d’un osso scarnito e secco nel piatto- specchio o specchio-piatto; osso ridotto ad osso credendo chissà era amore? (e non era neppure un calesse) ma solo un ambo (duo IO) divorante che lascia si effimero buon gusto di vapore a naso e bocca per poi tramutarsi – come spesso dai residui di cibo si tramuta e velocemente, in un succoso disgusto d’abbandono – in un filo corto che non trova più ago, nè stoffa, e si – un’anca arrostita
sulla sponda di un letto-barbeque – che fa rima con barbablù (neutro&maschio/femmina) – ma non m’inoltro.
ironia caustica si ma anche struggimento – e non criptato, tirato fino al mento -lacrime di combustione, quelle che seguono il fuoco, la cenere, le ginocchia sulle nostre e altrui rovine.
bella. si.
paola
marina, paola, mi scuso, non ho avuto tempo di ringraziarvi, lo faccio ora. paola i tuoi commenti sono sempre speciali e poetici. entri dentro e tiri a filo. l’amoressia distrugge, tutto quello che finisce con ssia in genere fa cenere
ciao a.
‘amoressia’ è a dir poco geniale, la dice tutta…
c’è tutta la nausea ferocemente divertita per chi si sazia fino al disgusto di smancerie, svenevolezze, effusioni di vario liquore più o meno piccante e nostrano…
se astinenza e digiuno potessero portare all’estinzione di ogni sentire grasso e untuoso, saremmo tutti un po’ più magri, forse, ma certamente più brutti e più sani!